Capitolo 5.5
Descaves!
Capo.
Sala interrogatori, ora. (entrano. Wolff getta il suo giaccone innevato su una sedia, poi comincia una danza avanti e indietro per la stanza, le grasse mani inserite nelle pieghe dell’enorme pancia) Cazzi.
Capo?
Cazzi, Descaves. Cazzi da cagare.
Sì capo.
Giganteschi, mastodontici cazzi ovunque. Cazzi dall’alto cazzi dal basso cazzi anche di lato. Li sente i cazzi, Descaves?
Sì, li sento.
Bene, perchè sono cazzi principalmente suoi. Li deve sentire tutti, perché voglio che li risolva e in fretta.
Stiamo –
Non mi interrompa. Non voglio giustificazioni, ma soluzioni. Perché voglio che questa foresta di cazzi si dilegui, esattamente così com’è comparsa. Lei non si è fatto il muro, Descaves. Io me lo son fatto. C’ero. Ero in divisa, a contenere le masse che volevano invaderci. Un tempo avevamo una concezione diversa di cosa fosse un cazzo da risolvere. Avevamo le pistole, Descaves. Non come da voi, in Francia. Avevamo le pistole e ci veniva chiesto di usarle. Consigliato di usarle. Ordinato di usarle. Non erano qualcosa di carino da tenere attaccato alla cintura come oggi. I cowboy eravamo noi. Il muro la nostra frontiera. Mi segue, Descaves?
Sì, capo.
Ma i tempi sono cambiati e succede che, nell’arco delle stesse ventiquattro ore, la città si trasformi in un circo a cielo aperto. E noi? Noi siamo lo zimbello della nazione. Anzi! Saremmo lo zimbello della nazione, se non ci fossero questi stracazzo di telefonini. Siamo invece lo zimbello del mondo occidentale. Del mondo che conta. A lei piace venire preso per il culo, Descaves?
Io –
No che non le piace, e neanche a me. Per questo ora ci servono ri-sul-ta-ti. Potrei stare qui a dilungarmi, a chiederle qual è il punto, se ci sono novità, ma il fatto è, Descaves, che io lo so già qual è il punto: per le mani non abbiamo un cazzo. Me lo conferma, giusto?
Capo –
Vede che ci capiamo al volo io e lei, commissario? Siamo persone ragionevoli. Io infatti questa sera non sono venuto da lei a mani vuote, ma con un patto. Come ben sa, le elezioni sono alle porte. I barbari bussano, Descaves. Scalpitano. E sa a che porta bussano? Alla mia. Posso mai farli entrare? Il fatto è, vede, che presto non li terremo più. Sta saltando tutto, Descaves, e da un commissario della sua esperienza mi aspetto che lo capisca. Io perdo il posto, commissario, ma lei viene a fondo con me. In men che non si dica lei è di nuovo a raccogliere lavanda nella Loira. Allora si sturi bene le orecchie: in queste ultime ventiquattr’ore ci siamo coperti di ridicolo. Pagliacci a cavallo, vittime in fuga, autobombe. Me ne rendo conto - tanto, tutto insieme. Per questo le do ancora… (guarda l’orologio) dodici ore per rimediare. (sbatte il pungo sul tavolo e comincia improvvisamente a sbraitare, tanto da far sussultare Descaves) Voglio che troviate quel coglione a cavallo (pugno), voglio che scopriate chi è e cosa vuole (pugno), voglio sapere che legame c'è con la bomba in Schillstraße (pugno), voglio mandanti e autori (pugno), voglio Krüger (pugno)! Ha capito Descaves o devo chiamare un interprete?
Ho capito.
E allora fuori dal cazzo! Al lavoro subito.
Quando Descaves lascia la sala interrogatori, tutti gli sguardi dell’ufficio sono puntati su di lui, in religioso silenzio. Di sicuro non si son lasciati sfuggire nemmeno una virgola della sfuriata di Wolff. Il commissario rientra nel suo ufficio, dove trova Maya incollata al computer, mentre Carlus riposa sulla sedia al suo fianco, accoccolato sotto il giaccone dell’agente. Descaves le rivolge uno sguardo stanco e colmo di riconoscenza. Lei si alza attenta a non far rumore e con un sorriso lascia l’ufficio, chiudendosi la porta alle spalle.
Lucien si lascia cadere nel suo posto. Guarda il figlio dormire, gli accarezza piano i folti capelli neri. Lo sguardo perso nel vuoto. C’è una minaccia che non può tollerare. Ed è quella di perdere il lavoro. Perdere il lavoro significa perdere Carlus.
Ha dodici ore.
(continua)
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