Capitolo 6.2
Li aveva chiamati così: nazisti. Perché ormai - a dispetto di ogni logica d’indagine - il web aveva tratto le proprie conclusioni, e la polizia, suo malgrado, si era adeguata al lessico della massa. Pur senza avere ancora uno straccio di prova. Descaves non si era dato nemmeno la pena di redarguirlo. Ora contava soltanto i minuti per svegliare Carlus e portarlo all’asilo.
Il freddo del mattino punge la scarsa pelle esposta degli agenti, mentre i loro anfibi affondano pesantemente nella neve densa. Il deserto di ghiaccio del Treptower Park ha inghiottito ogni altro rumore di Berlino.
Oltre una cortina di nebbia lattiginosa, cui fanno da quinte gli austeri platani che inghiottono la Puškinallee, due titanici archi di granito si stagliano come sentinelle di pietra, stringendo il passaggio verso un mondo dove il tempo si è fermato al maggio di ottantuno anni fa. Nemmeno troppi, a ben pensarci.
Superata questa soglia, che per severità è eguagliata soltanto da certe rappresentazioni ottocentesche dell’Ade, i rami dei salici piangenti, appesantiti da lunghe dita di cristallo, si piegano fin quasi a toccare il suolo, introducendo a un viale che improvvisamente si dilata. Dal candore accecante emergono due colossali bandiere di marmo rosso cupo, piegate in un eterno segno di lutto. Ai loro piedi, due soldati di bronzo vegliano inginocchiati con i mitra rivolti al suolo, le spalle imbiancate dalla neve che li fa apparire come spettri congelati a guardia dell'immensa spianata deserta. Le cinque grandi colline dei campi comuni e i sedici sarcofagi laterali appaiono come monoliti addormentati, con i bassorilievi e le scritte dorate di Stalin quasi del tutto cancellati dalla galaverna. Poi, ai piedi della collina artificiale, lo sguardo è costretto ad alzarsi, scalando la sagoma monumentale che squarcia il cielo d'inverno.
Il Soldato Liberatore si rivela pezzo per pezzo nella sua spaventosa e commovente grandezza: prima gli scarponi titanici che schiacciano una svastica nazista frantumata e sommersa dal ghiaccio, poi la mano possente che stringe l'elsa di una pesante spada rivolta verso il basso, e infine l'altro braccio, che culla con delicatezza protettiva una bambina tedesca salvata dalle macerie.
È uno spettacolo al quale è impossibile abituarsi, anche dopo che lo si è visto cento volte. E questa mattina in particolare, l'austerità del luogo lascia sconcertato il commissario Descaves, che si fa spazio tra i colleghi per raggiungere i piedi dell’imponente statua sovietica.
Le due sagome, avvolte in una fitta rete di nodi come le minuscole prede di un ragno, ancora riposano tra le braccia del Soldato Liberatore, o più precisamente sopra la gamba della bimba tedesca. Dal basso è difficile riconoscere molto altro ed è ancora più difficile immaginare come qualcuno sia riuscito a issarli lassù, a otto metri d’altezza, senza l’aiuto di una gru che, invece, si sta facendo largo a fatica tra gli stretti sentieri del Treptower Park scortata dagli agenti.
Proprio quando il commissario ha raggiunto Yilmaz e Darwish e prima ancora che possa rivolgere loro la parola, una brezza gelata scuote i pesanti rami innevati e spazza il triste bozzolo in braccio al soldato, soffiando via una spessa patina di neve da un cartello attaccato alla coppia dormiente, che fino a quel momento era indistinguibile e che ora invece rivela un messaggio, tracciato con la stessa grafia stentata che indossava Krüger il mattino precedente.
Il cartello dice: “NIE WIEDER IST JETZT”.
(continua)
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