Capitolo 6.4

Descaves si lancia nell’ufficio a rotta di collo, pattinando sul pavimento di linoleum come se il ghiaccio si fosse inghiottito anche il primo piano del commissariato. Ma quando varca la porta dell’immenso open space, lo trova deserto come se fosse il pranzo di Natale. Le scrivanie mantengono intatte una vita sprovvista di proprietari e il silenzio è assordante, tanto che Descaves si scopre mormorare ad alta voce un “Cosa?” colmo di sorpresa. Avanza tra le file di tavoli tutti uguali mentre si sfila berretto, guanti e giacca, fino a quando non scopre un capannello di una quarantina di colleghi, muti, tutti in piedi di fronte ai vetri unidirezionali della sala interrogatori dove soltanto la notte prima veniva travolto dalla umiliante volgarità di Kurt Wolff. 

Descaves si fa lentamente strada attraverso il capannello, scansando gli agenti con gentilezza senza manco destare la loro attenzione. Quando finalmente guadagna le prime posizioni, scopre all’interno della saletta un uomo imponente, seduto, gli stivali ancora innevati accavallati sulla scrivania, il cappello di feltro a falda larga calato sul capo chino, il poncho di lana grezza d’ordito pesante, i cosciali di cuoio e i pantaloni di fustagno. Il cowboy dorme della grossa.

Descaves, ancora in preda allo sbigottimento, prende tempo. Abbandona di nuovo il capannello e si dirige verso il suo ufficio, dove si toglie il pesante giaccone, posa la borsa sulla scrivania prepara due grosse tazze di Filterkaffee, con le quali raggiunge nuovamente la sala interrogatori. La testa gli ronza a vuoto. Senza sforzarsi di limitare i rumori, si chiude la porta alle spalle e tossisce leggermente. Il cowboy non si muove. Descaves lancia un’occhiata alla sua immagine riflessa nello specchio e sente gli occhi di mezzo commissariato puntati addosso. Appoggia dunque le due tazze sul tavolo, a pochi centimetri dagli speroni gocciolanti, e dunque abbassa le tendine dello specchio. Ora sono soli. Il commissario prende posto all’altro lato del tavolo. 

Complimenti. È diventato famoso. (gli fa cadere una copia del Morgenpost con un frame delle telecamere di sorveglianza a tutta pagina e il titolo a nove colonne “WER IST TSCHON WAYNE?”) 

Il cowboy sussulta fiaccamente, solleva la punta del cappello con un dito e rivela un sorriso furbo e stanco. Ha la pelle dura e consumata dalle intemperie, potrebbe essere bruciata dal caldo come dal freddo allo stesso modo; questo rende Descaves incerto sulla sua età, potrebbero essere coetanei, come anche passarsi dieci anni di differenza. Gli occhi azzurri scintillano opachi come stelle dietro un cielo nuvoloso. Dalla barba rada gocciolano ancora i rimasugli di minuscole stalattiti. Ha un aspetto buono e mite che coglie Descaves di sorpresa, dandogli quasi la sensazione di conoscere quell’uomo da una vita intera. Ci sono facce che fanno questo effetto. 

Perdonerà, Sceriffo, se Un Cowboy rimane comodo. Sono state nottate movimentate. (dice una voce roca, educata, gentile)
Tutt’altro. Faccia come se fosse a casa sua. (dice Descaves cercando di allineare il proprio tono a quello dell’uomo, senza tradire il suo immenso nervosismo)
Un Cowboy la ringrazia.
(Descaves fa scivolare una tazza fumante verso di lui) Amaro?
Amaro.
Un Cowboy la ringrazia. (il ranchero si sporge a prendere la tazza con entrambe le mani, come per scaldarsi. Si muove e parla con calma inaudita, come fosse una visita di piacere tra vecchi amici)
Allora… come posso chiamarla? “Un Cowboy”?
Questo è il suo nome.
Daccordo. Però oltre alla terza persona avrà anche un nome di battesimo e un cognome.
Non lo ha.
Capisco. Va bene. (respira) Io invece sono il Commissario della polizia del distretto di Pankow. (il cowboy si sfiora la punta del cappello con due dita) Un Cowboy comprenderà il mio stupore nel trovare il suo cavallo legato di fianco alle auto della polizia di Berlino.
È un frisone. Magnifico animale.
Certamente. Magnifico. (lunga pausa, piantandogli gli occhi in faccia)  Immagino che lei sia venuto qui per parlare. Sono tutto orecchi.

Il cowboy prende un lungo sorso di caffè, si pulisce passandosi il dorso della manica di flanella sulla bocca e assume finalmente una posizione consona alla situazione. 

Ci vorrà un po’.
(sorridendo a denti stretti, mente) Tutto il tempo che serve.


(continua)
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