Capitolo 7.2

Ne approfitta per uscire a fumare. Gli sembra che non smetta di nevicare da anni, non si ricorda nemmeno l’ultima volta che ha indossato una sciarpa di lana per uscire di casa. Si accende una sigaretta appoggiato ai mattoni del commissariato, al riparo della tettoia.
Il cowboy gli ha chiesto di poter chiudere gli occhi qualche minuto. Lo ha domandato come un bambino, come farebbe Carlus se parlasse, strofinandosi gli occhi e con un tono di voce colmo di genuina stanchezza, come se avesse giocato troppo a pallone con gli amichetti e fosse davvero giunta l’ora del riposino. “Certamente,” gli ha risposto Descaves e “Grazie” ha mormorato lui, ristendendo le gambe lunghe sul tavolo e calandosi il cappello sugli occhi. “Abbiamo delle celle. Almeno potrebbe sdraiarsi,” ha provato ad aggiungere il commissario. Da sotto il cappello Descaves ha intuito distintamente un sorriso, “Le celle sono per i fuorilegge, sceriffo.” – “Già,” ha mormorato pensieroso il commissario.
Descaves comincia a temere che quella interruzione possa compromettere il flusso della conversazione, che al risveglio il cowboy possa tornare sui propri passi. Ha la testa che gli esplode. Che fare? Credergli? Prendere sul serio la parola di un uomo adulto che si veste come in un film di Sergio Leone e collaborarci? In un momento così delicato, con un’autobomba esplosa soltanto poche ore prima, correre il rischio di seguire la pista di un pazzo, metterebbe a repentaglio la credibilità dell’intero corpo di polizia. Oppure arrestarlo, come dovrebbe, e rischiare di non seguire una possibile minaccia per la città? Infondo al momento il cowboy rappresenta l’unica pista che hanno.
Il suo istinto gli dice che quell’uomo non è pazzo. Almeno non del tutto. Qualcosa nei suoi occhi, nel suo modo. Vivendo a Berlino i matti impari a conoscerli bene, specialmente se sei nella polizia. Questa è la capitale dei matti. Ne trovi a ogni angolo. E come dargli torto: con tutto quello che ha vissuto questa città in così poco tempo. In meno di un secolo l’hanno completamente rasa al suolo, scarnificata, separata, murata, liberata, corrotta. Ti addormenti nell’Unione Sovietica e ti svegli a New York. Uscire di testa è il minimo. Come De Gaulle, il suo matto preferito. Lo incontra sempre alla stessa ora in metro, sulla U2, tornando dalla Kita. Alto e smilzo, gira con un basco scuro in testa, il lungo Loden sdrucito avvolto in una grande bandiera della Francia Libera, un tricolore con al centro una Croce di Lorena rossa, in bocca un sempiterno toscano spento. Una delle prime volte che lo ha visto, colto da un moto irrazionalmente patriottico, Descaves gli ha sorriso e gli ha avanzato un Bonjour; quello l’ha guardato come se avesse visto un fantasma ed è corso via. Probabilmente manco parla francese. Berlino è così. Descaves ancora si sforza di scenderci a patti. 
E allora che differenza ci dovrebbe essere tra De Gaulle e il cowboy? Se quello col basco in testa e con la Croce di Lorena gli predicesse la fine della Repubblica, gli crederebbe?

Sta per gettare la sigaretta, Descaves, quando due auto scure imboccano rapidamente la Hadlichstraße. La prima BMW lo supera, mentre la seconda si ferma proprio davanti a lui. L’autista fa il giro della vettura per aprire la portiera posteriore e Descaves si sente balzare il cuore in gola vedendone scendere - a fatica - la spropositata e incazzatissima mole di Kurt Wolff, che allevia sensibilmente il carico sulle sospensioni. 

Dov’è. (gli ringhia in faccia)

Qualche collega sicuramente l’ha avvertito dell’accaduto. Descaves non ci aveva pensato, assorto com’era dall’interrogatorio. 

Dov’è questo stronzo. (gli ripete)
In stato di fermo. (balbetta)
Dentro. (gli ordina con un ringhio e facendosi strada. Descaves lo segue) Chi è. (gli dice continuando a percorrere i corridoi del commissariato a grandi falcate senza nemmeno voltarsi a guardarlo)
Non lo sappiamo.
Non lo sapete.
Si fa chiamare Un Cowboy. Si rifiuta di darci il suo vero nome, nessun documento.
Impronte?
(silenzio)
Non gli avete preso le impronte.
Non ancora.
(a questo punto Wolff s’arresta, si volta verso Descaves e fissandolo dritto negli occhi, a un palmo dal viso) Lasciateci. (congeda la sua scorta. Quando sono soli, inspirando profondamente) Commissario. Vuole spiegarmi cosa cazzo sta succedendo?
Stiamo cercando di scoprirlo. 
E questo… Freier – (sa già tutto, il biglietto che Descaves ha passato al collega per le verifiche con lo Staatsschutz ha subito raggiunto i piani alti)
Freier Arbeitskreis Nord. Ho mandato una richiesta ai servizi. Dai nostri registri pare non figuri nulla.
E quindi dovremmo credere che questo pagliaccio abbia, da solo e col culo su un cavallo, scoperto un complotto per un colpo di Stato.
Un colpo di Stato?
Per dire. Che sappia qualcosa su una minaccia di qualche tipo, senza che nemmeno i servizi ne siano al corrente. 
Questo sostiene.
I dettagli?
Dice che deve avere le mani libere.
In che senso?
Che lo lasciamo andare e che collabori con noi da uomo libero.
(scoppia in una risata sguaiata) Descaves! Lei è diventato pazzo o è un cretino. (torna immediatamente serio) Non se ne parla. Ha confessato tre sequestri con torture. La polizia federale non può collaborare con il cowboy dei miei coglioni.
Secondo lui l’evento prospettato avverrà entro meno di quarantotto ore. Possiamo scegliere di non credergli.

(Wolff sembra alla ricerca di una soluzione direttamente nella profondità degli occhi di Descaves per un tempo infinito. Il commissario deve impegnarsi molto per reggere quello sguardo carico di astio e di disprezzo) Le do tempo fino a stasera, Descaves. Alle 19 ho una riunione col ministro degli Interni e alle 20 una conferenza stampa. È la sua ultima possibilità. O per le 18.30 mi dà qualcosa di concreto, oppure (alza il dito indice e glielo brandisce a un centimetro dal naso, come si farebbe con un bambino) la lavanda, Commissario. (si volta e continua la sua marcia lungo il corridoio fino a sparire. Descaves rimane piantato a fissare il vuoto davanti a sé, mentre i passi svaniscono in lontananza)

(continua)
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