Capitolo 8.2
Il borgo rientrava di un soffio nella sua competenza. Ancora una manciata di chilometri e sarebbe stato affare del dipartimento di Tours, lo sa dio chi o quando erano stati tracciati quei confini. Fatto sta che Descaves ebbe parecchio di cui sbuffare, a mezz’ora dalla fine del suo servizio, quando venne incaricato della chiamata. In pieno agosto. Con quel caldo afoso che faceva, che fa, e che sempre farà, tra i campi della piana. “Non può andarci Loris?” tentò. Tre minuti più tardi stava già mettendo in moto la Renault scassata che da anni imploravano di sostituire "perché con questa non ci inseguiamo manco un carretto.” Ma aveva smesso di chiedere, che già lo prendevano per un rompicoglioni.
Dopo un viaggio penoso coi finestrini abbassati, perché l’aria condizionata aveva ovviamente smesso di funzionare nel 2002, raggiunse Lavardin, il cui castello diroccato si stagliava sull’unico promontorio della regione - un gioiello che Descaves non si sentiva nell’umore di meravigliare, nonostante non capitasse spesso in quell’angolo della Loira. Fermò l’auto in Rue de Mai, di fronte a un’elegante residenza di pietra, identica in tutto e per tutto a qualsiasi altra casa di campagna che Descaves avesse mai visto sin dal giorno della sua nascita, graziosa uguale, scottata dal sole all’esterno e fresca all’interno, con lo stesso cancelletto in ferro battuto, fabbricato dallo stesso fabbro per tutte le frazioni di Montoire-sur-le-Loir dagli anni Sessanta. Insomma, per quanto deliziosa la casa e per quanto generica la chiamata, niente avrebbe potuto indicare al giovane agente che quel pomeriggio la sua vita sarebbe cambiata.
“Polizia,” sospirò dopo avere suonato il citofono e aggiustatosi il colletto dell’uniforme. Il cancellò scattò immediatamente, come se all’interno aspettassero appiccicati all'ingresso. E infatti lo spesso portone color verderame si aprì all’istante e Descaves alzando gli occhi non poté che sussultare, posando lo sguardo su una ragazza come ancora non ne aveva mai viste prima. Sottile come un giunco, pallida ma con i graziosi segni delle prime bruciature della stagione, un vestitino borgogna a pois bianchi, i piedi scalzi fini e regolari, un seno minuto ma evidente, i foltissimi capelli biondi scarmigliati, parzialmente raccolti in capo con un pinzone. A momenti Descaves incespicava in un cespuglio di rose, accecato dal sole del tardo pomeriggio prima e dagli occhi chiarissimi della ragazza poi. Tutto nel suo viso gli apparve perfetto, dalle sottili lentiggini come un’elegante decorazione sul naso che sembrava intagliato nel burro, alle labbra sottili ma di un rosso acceso, come se avesse appena finito di mangiare una ciotola di fragole fresche. “Polizia,” ripetè portandosi una mano alla visiera del berretto d’ordinanza con gesto meccanico.
English?
(il commissario mima il gesto della barca in mezzo a una tempesta) Un po’.
(sbuffa rovesciando un poco gli occhi) Venga. (facendogli strada attraverso l’ampio soggiorno) Il bambino è di là.
Bambino?
Ho spiegato tutto alla sua collega, non vi parlate? (sempre più irritata)
(per la verità no, da quando Silvie gli si era dichiarata e lui l’aveva piantata in asso davanti al cinema con una scusa implausibile) Sì, certo. Il bambino.
E poi vi ho chiamati un’ora fa.
Il traffico. (mente - da quelle parti il traffico non ci sarebbe stato nemmeno se li avessero invasi le cavallette)
Giunti in cucina, Descaves scoprì un bimbo seduto al tavolo, sui nove anni, intento a far fuori un’intera tazza di cereali, guardando tutto assorto i cartoni animati da un televisore dotato di un tubo catodico come l’agente non ne vedeva dagli anni ‘80.
Suo figlio? (le sorrise)
Ma come – ! Fantastico, non le hanno detto niente. Il bambino me lo sono ritrovato qui in casa oggi. Sono rientrata dalla spesa ed era seduto in soggiorno. Ma parla solo francese.
(Descaves appoggia il berretto sul lungo tavolo di legno e prende posto di fianco al bambino sorridendogli) Salut, champion.
Salut.
Io sono Lucien e tu come ti chiami?
Timéo.
Piacere Timéo. Tu (lancia uno sguardo alla ragazza, che li osserva a braccia conserte) abiti qui?
(Timéo scuote la testa)
Ho capito. E dove abiti di bello?
Dal papà.
Dal papà! Come si chiama?
Thomas.
E tu e papà Thomas dove abitate?
(rimugina) A La Ferrière (dice, riprendendo a masticare i cereali)
Ma pensa, ci sono passato poco fa! Papà Thomas sa che sei qui?
(Timéo scuote la testa piano mentre continua a guardare i cartoni)
Sarà in pensiero, non credi?
(Timéo lo ignora)
E Timéo, raccontami una cosa, come mai sei venuto qui da mademoiselle?
(Timéo alza lo sguardo verso la ragazza, che gli sorride affettuosamente) Perché é bella. E ha gli occhi buoni.
(Anche Descaves sorride) È vero, sì. Mademoiselle è bella. Molto bella. (deglutisce) Però adesso è meglio che andiamo da papà Thomas, o starà in pensiero. Che ne pensi?
Timéo scuote la testa ora più vigorosamente, con le mani stringe il tavolo e le sue gambe si avvinghiano attorno a quelle della sedia. La ragazza sfiora la spalla di Descaves, che scatta come una molla. Lei gli fa cenno di allontanarsi con lei un momento.
Mi sembra che ci sia qualcosa che non va.
Sì, ha ragione.
Che cosa possiamo fare?
Beh, non possiamo non riportarlo a casa. Ma farò delle ricerche sulla famiglia. E poi potrei tornare di tanto in tanto a controllare come sta.
Con calma convinsero Timéo a uscire a prendere un gelato. E così si ritrovarono loro tre, come una giovane famiglia a passeggiare per il centro del piccolo borgo, con il piccolo finalmente vivace a gustarsi il suo gelato. Dal suo entusiasmo sembrava non avesse mai vissuto un momento di simile spensieratezza. In un attimo anche loro due si sentivano a loro agio e si godettero una lunga chiacchierata che il piccolo seguiva spostando lo sguardo dall’uno all’altra come in una partita di tennis.
Ma venne la sera ed entrambi capirono che era venuto davvero il momento di riaccompagnare Timéo a casa.
Capirono presto che il bambino aveva ogni ragione per scappare e per non voler rientrare. Aveva perso la madre l’anno prima e da allora il padre, fattore indurito dalla perdita, era caduto in una spirale di buio e di abuso d’alcol. Separarsi dal piccolo Timéo non fu facile e il fervore con cui abbracciò Lea al momento di salutarsi, commosse Descaves profondamente.
Riaccompagnò la ragazza tedesca alla casa in Rue de Mai, dove lei lo invitò a fermarsi per la cena. L’agente ne uscì soltanto due giorni più tardi, col cuore trasformato.
Se è vero che “il destino dei rapporti tra le persone viene deciso all’inizio, una volta per tutte, sempre, e che per sapere in anticipo come andranno a finire le cose basta guardare come sono cominciate,” allora Lucien difficilmente avrebbe potuto immaginare un futuro più luminoso per Lea e per sé.
Successe così.
Lei si sarebbe trasferita di lì a un anno in pianta stabile nella Loira, concludendo i suoi studi in Letterature Comparate all'Università di Orléans.
Poi le sarebbe mancata l’azione della grande città.
Avrebbe trascinato Lucien a Berlino il tempo che lui riuscisse a farsi offrire una posizione in commissariato.
Sarebbe rimasta incinta.
Cosa sarebbe mai potuto andare storto?
(continua)
parole: 1175