Capitolo 8.3
Come sarebbe non sei in città?
Un impegno di lavoro. Oggi è giorno tuo.
Descaves mette Lea in vivavoce mentre apre la app con l’agenda condivisa che usano per dividersi i giorni con Carlus. Ha ragione lei.
Si cala il berretto sulla testa e corre fuori dal commissariato. Un paio di agenti stanno dando delle carote al frisone del cowboy.
E non c’è modo che tu possa rientrare? Hai visto le notizie? La città è al collasso.
(impassibile) Non posso.
Ma è un’emergenza! Sto andando ora a prenderlo, ma non potrò occuparmi di lui oggi.
Non puoi?
Lea, per dio! Guarda le notizie!
Le guardo, le notizie. Non serve che urli. Avevamo un accordo e oggi è giorno tuo.
Descaves, che intanto ha raggiunto la fermata della S-Bahn, alza gli occhi sul tabellone: 12min. L’ansia e la collera in un attimo gli montano al cervello come uno schiaffo in pieno volto. Prende il telefono e se lo sbatte violentemente tre volte contro la fronte.
(respirando a fondo) D’accordo. Ti aggiorno più tardi. (e chiude la conversazione prima che Lea possa replicare)
Si alza il vento, la neve volteggia leggera e pungente intorno a Descaves. Sulla banchina del metrò ci sono poche persone assorte nei loro pensieri e avvolte in numerosi strati per proteggersi da un freddo che non lascia tregua nemmeno al coperto, nemmeno durante il giorno. Il commissario chiude gli occhi, sforzandosi di respirare, soltanto di respirare, ma la città in un attimo si stringe intorno a lui, il silenzio gli pulsa nelle tempie. E prima che se ne possa rendere conto, sta lanciando un lungo urlo rivolto al cielo. Rabbioso, animale, vagamente stridulo. Quando se ne accorge fa ancora in tempo a sentirne il riverbero nella pensilina, negli occhi spaventati delle persone che lo circondano. La neve assorbe l’urlo delicatamente lo depone sui binari.
“Ci ha messo molto.” lo rimprovera l’educatore quando viene raggiunto dal commissario nel pronto soccorso pediatrico del Vivantes Klinikum im Friedrichshain.
Descaves lo ignora e si getta in ginocchio ad abbracciare Carlus, che ricambia la stretta con inedito calore. Lucien sente le lacrime del figlio rigargli il volto e il cuore battergli all’impazzata nel piccolo petto gracile. “Va tutto bene Choupinou.” gli sussurra nell’orecchio e gli bacia la guancia. “È tutto ok piccolo.” e allora Carlus comincia a singhiozzare.
“Lucien,” tossisce l’educatore. “Le devo parlare un momento.”
Descaves resta ancora qualche istante abbracciato al figlio, poi gli accarezza le lacrime dal viso e si alza in piedi.
Perché non ti siedi un attimo qui. Io e Jonas andiamo a quella macchinetta prenderci un caffè. Ci aspetti qui? (Carlus prende posto su una sedia e annuisce) Arrivo subito, dammi un momento. (Jonas e Lucien si allontanano) Che cosa è successo?
Eravamo usciti al parco per giocare con le slitte. I bambini hanno cominciato a fare dei pupazzi e a lanciarsi delle palle di neve. Poi a un tratto abbiamo sentito urlare e Paula perdeva sangue dalla fronte. (sospira) Carlus le aveva lanciato una palla di neve con dentro un sasso. (Descaves ha gli occhi sbarrati) Dritto in faccia. Le stanno mettendo i punti in questo momento.
Io – voglio dire. È tremendo.
Sì, glielo confermo. Faccio questo lavoro da dieci anni. Carlus è capace di una violenza che per quanto mi riguarda è inedita alla sua età.
Violenza? Non pensa che forse il sasso nella palla di neve ci sia finito per sbaglio? O avete già deciso che intendeva ucciderla.
Lucien, le chiederei di non scherzare, la faccenda è estremamente seria. Questo è soltanto l’ultimo di numerosi episodi. Però oggi li supera tutti con molto margine. La bambina era sotto shock e i genitori sono fuori di sé. Le confido che anche noi educatori oggi siamo inorriditi.
(Descaves si volta a guardare Carlus, che dondola le piccole gambe mentre guarda le persone andare e venire dagli ambulatori; il commissario guarda l’orologio) Ho capito. C'è qualcosa di cui dobbiamo ancora discutere?
No. È tutto.
Grazie. (fa per voltarsi)
Lucien. (lo ferma per il braccio) Purtroppo ci saranno ripercussioni.
Lo immagino. (se ne va)
In metropolitana Carlus si addormenta con la testa sulle gambe del suo papà, che gli accarezza i capelli con delicatezza ma, al tempo stesso, completamente è assente, come proiettato in un universo distante. Nei suoi occhi arde il fuoco della disperazione.
Mancano meno di ventiquattr’ore al discorso del Cancelliere. Descaves estrae il telefono. Sta per fare qualcosa che non gli appartiene, qualcosa che è al di fuori del suo perimetro di comfort e che in nessun’altra circostanza avrebbe potuto immaginare. Ma non ha scelta.
(continua)
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