Capitolo 9.1
Ciao, eccoti. Prego, entra. Togliti pure le scarpe. Come stai? Vieni, accomodati. Vuoi qualcosa da bere? Hai già mangiato? Scusa, troppe domande. Appendi pure lì la giacca. Lui dorme di là, quella è camera sua. Cucina, bagno – hai bisogno del bagno? Se ne hai bisogno è lì. E se hai fame, ti prego prendi tutto quello che vuoi dal frigo. E questa è camera mia. Lo so, non è il massimo, ho provato a darle una rassettata, ma non ho avuto tempo, Carlus ci ha messo un sacco ad addormentarsi, è stata una giornataccia, poverino. Cioè, poverino – ha aggredito una compagna. Ma non ha neanche quattro anni, io lo conosco Carlus, è buono. Anche tu lo hai visto, è buono no? Infatti. Ha sofferto molto della separazione. Non parla, ma è il mio bambino, a me basta guardarlo negli occhi e – oddio scusa, sto blaterando. I bisogni li sa già fare nel vasino e non bagna il letto da mesi. Potrebbe magari svegliarsi brevemente per bere, ma gli lascio sempre un bicchiere d’acqua vicino al letto, la beve e si riaddormenta. Stessa cosa per gli incubi, non mi chiama ma lo sento mugugnare, allora vado, mi metto lì con lui e lo accarezzo fino a quando non si riaddormenta. Non capita spesso, ma può capitare. (si abbottona la camicia) Una volta mi avevi parlato di un fratellino. O di una sorellina. O del figlio di tua sorella. Per quello ho pensato che… Senti, lo so che qui tutto puzza di patriarcato. È vero, avrei potuto chiamare Emre. (si infila le scarpe) Emre è bravo ci sa fare, ma ecco. Mi fido di più di te. Forse perchè sei una donna, sì, lo ammetto. Sei sempre così gentile e attenta, ho pensato che, sì, fosse meglio. E scusa. Ti chiedo scusa. Ah, e grazie. Mille volte grazie. (si annoda la sciarpa e indossa il pesante giaccone) Davvero se ci fosse stato un altro modo, chiunque altro, non ti avrei mai chiamata. Ma lo sai cosa sta succedendo, la pressione, è un’emergenza. Non succederà più. E se hai bisogno mi chiami in qualsiasi momento, tengo il telefono in mano. Anzi, se ti va scrivimi. Tutte le volte che vuoi. Grazie Maya. (la abbraccia forte, poi esce. Rientra. Si era portato via le chiavi, le rimette nella toppa da dentro, sorride, chiude la porta)
Maya resta ancora qualche istante immobile davanti alla porta. Sbuffa pesantemente, non le ha nemmeno fatto aprire bocca. Si sfila il cinturone di servizio e lo posa sul pianale della cucina. “Dove minchia sarà il caffè?”
(continua)
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