Capitolo 9.3

Il cavallo stava dormendo. Qualcuno lo aveva avvolto in una pila di plaid con il logo della polizia di Berlino e, a giudicare dagli svariati centimetri di neve che lo ricoprivano, era rimasto immobile molto a lungo. Così, quando una mano delicatamente afferra la capezza, quello fa un salto che a momenti sbatte la zucca contro la tettoia. Gli sbuffi e i nitriti vengono assorbiti dai fiocchi leggeri e placati rapidamente dalla presa decisa intorno agli anelli del morso e da una buona dose di carezze sul naso. Poi le due figure si allontanano dall’ingresso illuminato e scompaiono verso il retro dell’edificio. 

Il badge viene illuminato da una luce verde e il portone scatta con un fischio, poi Lucien si trova di fronte a delle sbarre, che sblocca con un codice. Procede a lunghe falcate lungo uno stretto corridoio che lo conduce fino a un’ultima porta, al di là della quale trova un agente sonnacchioso seduto alla sua scrivania. Si scambiano un saluto, Lucien fa per estrarre il distintivo, ma quello gli fa un rapido gesto per dire che non ce n’è bisogno e schiaccia un pulsante. La porta automatica apre a Descaves la sezione delle celle per le detenzioni temporanee. Una a una ne ispeziona l’oblò dal triplo vetro. 
Il cowboy è steso sulla branda, di schiena, il cappello posato sulla piccola scrivania, gli stivali composti ordinatamente ai piedi del letto.  

Un Cowboy.
Sceriffo. (gli fa quello voltandosi a guardarlo strizzando gli occhi)
(su di giri, prende posto su una sedia e la avvicina alla branda) D’accordo. Facciamolo. (guarda l’orologio) Abbiamo cinque minuti prima del cambio di guardia. In quel lasso di tempo riesco a farti uscire. (deglutisce a fatica) Te lo prometto. Ma ho bisogno che tu mi dica cosa succederà domani a mezzogiorno al Cancelliere.
Un uomo premerà il grilletto su un fucile.
Un fucile. Sul Cancelliere.
È quello che Un Cowboy ha detto.
(tremando lievemente) E tu conosci l’identità di quest’uomo?
(trattiene a stento un sorriso malinconico) Un Cowboy la conosce.
Sei certo? Un Cowboy, guardami negli occhi. Sei certo?
(senza esitazioni) Un Cowboy è certo.
E allora perché non ci dici il nome e lasci che se la sbrighi la polizia? Dammi il nome, Un Cowboy. E troverò il modo di farti uscire da questa faccenda senza macchia. Un nome e sarai libero.
Ma Un Cowboy è già libero. E resterà sempre libero. (avvicina il volto a quello di Descaves) Un Cowboy lo ha già spiegato allo sceriffo. La frontiera ha i suoi codici. Non è conoscendo un nome che fermerete domani quel fucile.
E perché tu sì? Dimmi perché proprio tu sì.
(esita, cambia espressione: qualcosa si sgretola; un muro che sin dal primo incontro Descaves non era ancora riuscito a fendere) Perché è mio fratello.


(continua)
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Capitolo 9.2