Capitolo 3.1

Il cappello di feltro a falda larga, calato basso sul volto. Il poncho di lana grezza d’ordito pesante, un intreccio robusto abbastanza da resistere tanto a una tormenta, quanto al sole del deserto. I cosciali di cuoio sopra i pantaloni di fustagno. Gli stivali a punta con tanto di speroni scintillanti. La sella dalla bardella maestosa, con un arcione pesante di noce. Le staffe finemente cesellate e una briglia a mazzetto che luccica come argento vivo nella luce opaca dei lampioni. Il morso d’acciaio, le redini spesse, da mandriano. La sella che sembra una scafarda da lavoro, ma rifinita con gusto cerimoniale in una costellazione di motivi floreali.

La figura si dondola su un frisone nero al passo. Uno stallone imponente, alto e scuro come catrame bagnato, il collo arcuato e la criniera pesante che raccoglie la neve come l’oscurità miete il cielo stellato. Gli zoccoli larghi come piatti da parata, sollevati a ogni passo come se dovessero schiacciare una creatura minuscola e innocente. Le narici spesse, dalle quali l’animale sbuffa a ogni respiro dense nuvole di fumo bianco.Una presenza ingombrante, maestosa, elegante.

E a rimorchio, fissata saldamente al corno della sella con una spessa fune, una figura scura e inerte, legata per le caviglie. Un sacco di patate che scava un solco nella neve che ricopre i sampietrini della Paul-Robeson. La testa incappucciata sbatte vistosamente contro ogni irregolarità del selciato, completamente abbandonata.

Un cowboy, dice Maya.
John Wayne! esclama Murat.
E così ogni altro proprietario della zona che infine mostri le registrazioni agli agenti, si illumina come un bimbo felice davanti ai cartoni animati.
Gli agenti Yilmaz e Darwish sanno bene che a breve social media e notiziari non si occuperanno di altro. Meglio che Descaves lo scopra da loro.

Ah non guardarmi così, ci parli tu.

(continua)
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