Cinque quadri e la gabbia di Faraday
QUADRO 1
Il motore della piscina si trovava in una specie di cisterna, chiusa da un coperchio di lamiera verniciata. D’estate capitava che ci si trovassero dei grovigli di biacchi. Non ho idea di come avesse intenzione di allontanarli, ma era il compito della giornata. Me le presentava come missioni, se le appuntava giorno per giorno in liste ordinate.
Fatto sta che io dei serpenti ho paura, ma comunque voglio fare la missione con lui. Gli chiedo se posso mettermi l’orologio delle frecce tricolori che custodisce nella scrivania. “L’orologio dell’ingegnere” lo chiamava. In qualche modo sentirmi un ingegnere avrebbe dovuto darmi forza, al netto che non avevo idea di cosa fosse un ingegnere (manco oggi lo so). Ma tant’è: funzionava.
QUADRO 2
Guardavamo insieme i western. Alternativamente cappa e spada. Ma di base spaghetti western alla Bud Spencer e Terence Hill. Li registrava su VHS e li guardavamo il pomeriggio. Era il nostro momento. Non ricordo se li commentassimo, ma di sicuro ridevamo. Poi nel tempo mi sono ubriacato di cinema polacco e di sofisticatezze scandinave. Ma ancora oggi non disdegno mai un buon western. Magari Sergio Leone, ecco. Ed è curioso che proprio in questo periodo mi sia avvicinato per la prima volta al genere letterario. Nonostante poi ci siano in mezzo vent’anni di impegno politico e anti imperialista, Clint Eastwood ha attecchito.
QUADRO 3
Sulle materie scientifiche c’era una certa aspettativa nei suoi confronti. Una volta andato in pensione, la mia famiglia di stampo umanista si aspettava che avrebbe fatto la sua parte nella mia educazione. Un’impresa disperata. Ma è commuovente ripensare all’impegno che ci metteva. Riempiva quaderni interi di appunti, multicolore, ordinatissimi, a prova di idiota. Si prendeva un’ora al giorno per spiegarmi la fisica, la chimica, la matematica. Ogni giorno. Un’angoscia senza fine.
Posso dire con assoluta certezza di non avere ascoltato nemmeno una parola. Niente, buio. Sfogliava con orgoglio quelle pagine di appunti che mi illustrava con pazienza di Giobbe. Io appoggiavo la testa tra le mani, sopra i quaderni, e - lo ricordo nitidamente - mi addormentavo.
QUADRO 3.1
Non è vero, di tre anni di ripetizioni casalinghe, una cosa me la ricordo: la gabbia di Faraday. Ancora oggi sono in grado di spiegare cosa sia e come funzioni. Ho una voragine tra le tabelline e la gabbia di Faraday, ma quella è rimasta. E non ho assolutamente idea del perché. Tant’è.
QUADRO 4
Giochiamo a tennis. Gli smorzo una palla corta a rete. Gli cedono le gambe e frana sulla terra rossa, sporcandosi tutto. Capisco per la prima volta che è vecchio. Non giocheremo più a tennis.
QUADRO 5
Che non è un quadro, ma una parola: patente. Il suo grande cruccio. Il primo colpo di vanga nella trincea che poi ci ha separati. Quella parola, patente, è stata la sua ossessione. Com’era possibile che non volessi guidare? Suo nipote. Lui che era stato dirigente all’Alfa Romeo e presidente della BMW.
Che ne so. A me è sempre piaciuta la bici. Ad ogni modo ci avevo scritto anche un racconto, su questa cosa della patente. Si può leggere qui.
GLI ALTRI QUADRI
Poi ci sono i Natali sfanculati. Una scenata in macchina dove urla che Berlusconi è la sua unica speranza. Molti litigi. Ricordo tanti momenti in cui ho letto delusione nel suo sguardo. Sicuramente altri appartenenti alla sua generazione, pochi, sono stati capaci di dire parole gentili, magari di darti anche una carezza. Lui non era tra quelli.
Ma c’erano le missioni, c’erano i western, c’erano gli appunti di matematica, la gabbia di Faraday, il tennis.
Non faranno un’infanzia felice. Ma sono ricordi. E questa sera me li tengo stretti.
parole: 608