Come bestie

Spesso mi domando se inquietare il pubblico possa davvero aver senso. Mettergli paura è un genere, farlo ridere è un genere, dargli da riflettere pure, in qualche maniera. Ma inquietarlo, sobillando la sua sfiducia nel prossimo, titillando il dubbio che qualcosa potrebbe andare tremendamente storto da un momento all’altro, ecco, questo mi domando quanto possa avere senso.
Faccio un esempio: Adolescence. Adolescence è un prodotto che inquieta, ma a ragion veduta. Mette in allerta su un pericolo reale, attuale, tangibile. Se lo si desidera, guardare Adolescence è utile (oltre ad essere molto ben realizzato).

As Bestas, invece, mi lascia perplesso.
Perché da un lato è girato con criterio, è scritto magistralmente e le interpretazioni sono a tratti degne di nota. Non per niente la pellicola galiziana diretta da Sorogoyen ha fatto incetta da record ai Goya nel 2022 (tra cui miglior film, miglior regia, miglior sceneggiatura originale e miglior attore protagonista) e si è portato a casa anche un César per miglior film straniero. Non per niente. Però c’è appunto qualcosa che non mi torna nello scopo del film. Che cosa ci state raccontando?
Dalla prima scena in poi, l’inquietudine è il leitmotif che governa ogni scelta autoriale e registica, complice lo sguardo languido e imperscrutabile di un Ménochet sorprendentemente sovrappeso.
Il disastro imminente aleggia sulle vite di una coppia francese che

si è trasferita in un piccolo paesino diroccato nella campagna galiziana per dedicarsi all'agricoltura sostenibile, ma l'offerta di un'azienda di energia eolica sarà il catalizzatore di una faida tra i forestieri e gli abitanti del paese, in particolare due fratelli, vicini di casa della coppia.

Subentrano dunque diversi piani di lettura.
Il primo: l’inquietudine è il fine ultimo narrativo. Similmente a Cane di paglia.
Peckinpah mette in scena un thriller psicologico di una violenza inaudita per il 1971. Straw Dogs esce in sala lo stesso anno di Arancia Meccanica, in cui la violenza è palese, non nasconde nulla ed è il tema unico e trainante del film. Si può dire che queste due pellicole, in modi diversi, ma contemporaneamente, lanciano un messaggio univoco al pubblico: “non siete al sicuro”.
Fatto rimane che oggi non è il 1971 e l’inquietudine di quell’anno va contestualizzata a livello geografico e storico.

Il secondo: l’inquietudine extraurbana assume un significato politico.
C’è un retrogusto classista nella valutazione autoriale (la quale, va detto, ha basi autobiografiche), che vuole suggerire la gente isolata nelle comunità più periferiche come un po’ matta. Si tratta di un bias da bolla urbana che ha radici fattuali da un lato e subconsce dall’altro. Mentre infatti nelle città - ed è un fatto misurabile - prosperano visioni progressiste (basti pensare a come negli Stati Uniti l’opposizione più netta al governo Trump passi dall’elezione di sindaci come Mamdani), tese all’integrazione, nelle periferie cresce la paura del diverso, di fantomatiche invasioni e sostituzioni etniche (e qui basti pensare a qualsiasi mappa europea post-elettorale, a partire dall’Inghilterra della Brexit).
Per il progressista urbano il timore di trovarsi in una comunità isolata che veda in lui un’ostilità innanzitutto sociale, è uno dei timori più grandi: non essere uomo abbastanza tra gli uomini di fatica.

As Bestas sembra far leva alternativamente su entrambi i piani di lettura, intervallando episodi di inquietudine gratuita a scene che sembrerebbero voler scavare nelle psicosi urbane - a tratti in modi perfino goffi e ammiccanti alle condiscendenti giurie che il film lo premieranno.
Al netto di queste valutazioni, resta un film godibile. Non utile, ma godibile. Si potrebbe argomentare che non ogni film debba essere utile - ed è vero. Ma ogni grande film dimostra di avere sempre uno scopo, che è quello che poi rimane incollato nella memoria collettiva. L’inquietudine invece è un stato d’animo che ci si scrolla di dosso e che non lascia traccia sul lungo periodo.

Mi concedo un ultimo appunto.
Se inquietare vogliamo, allora sarebbe cosa buona e giusta che l’impianto scenico ci assecondasse. Dove non ha riflettuto il buon Sorogoyen, ci è arrivato invece con largo anticipo (nel 2005) l’ottimo Giorgio Diritti. Il vento fa il suo giro ha infatti una trama identica ad As Bestas (verrebbe quasi da pensare male), ma è diretto in maniera diametralmente opposta e cioè interpretando i dettami del Dogma 95 di Von Trier e Vinterberg. Una scelta stilistica che amplifica grandemente gli aspetti più inquietanti del soggetto e delle ambientazioni, donando sentori sinistri di realismo estremo a ogni scena della pellicola. Una scelta che, proprio poiché ben ponderata, conferisce scopo. La differenza, è evidente, sta tutta lì.

Il punto però non è contrapporre film inquietanti e film rassicuranti. È tra film che sanno cosa vogliono lasciare allo spettatore e film che si accontentano di scuoterlo per un paio d’ore. Il primo tipo costruisce memoria. Il secondo produce sensazioni. E le sensazioni, per quanto ben dirette, passano. La memoria, invece, resta.


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Plasmon, finalmente