Considera la staffetta
Non avevo mai considerato la staffetta, un bellissimo modo davvero di trasformare un rito individuale in uno sforzo collettivo. Forse ci voleva proprio questo per ripartire dopo tanti mesi di fermo, con un tempo individuale deplorevole, ma con le tasche piene di nuova consapevolezza.
Correre una staffetta con sconosciuti, persone alle quali non si deve nulla, ma per rispetto del cui sforzo si é pronti a sputare un polmone. É un meccanismo dai risvolti articolati, sia sul piano fisico sia mentale: correre il primo tratto? l’ultimo? in mezzo? tenere un ritmo più sostenuto per adattarsi ai tempi dell’altro, oppure spingere come se fossimo da soli? In definitiva: imperterriti correre per sé stessi o per gli altri? Perché poi comunque si è da soli sulle proprie gambe, con i propri pensieri, con la propria miserabile fatica. Si tratta di uno stare insieme soltanto parziale, dove l’altro ci spinge alla partenza o ci attende all’arrivo, ma i chilometri poi si macinano nella stessa inesorabile solitudine.
La maratona, nella sua insaziabile estensione, è uno sforzo contro il proprio lecito - correrla in squadra somiglia più alla ripartizione di un castigo, in cui ognuno si prende la sua porzione di responsabilità, che consuma nell’isolamento dei propri assilli.
Detto questo: mi aspettavo un bastoncino. Niente bastoncino.
Confesso di esserci rimasto male.
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