La gara
Prima o poi bisognerebbe scriverci un libro sulle gare d‘agenzia. Su questi usuranti tour de force a metà tra l‘extra budget e la salvezza d‘impresa. Una roulette russa in cui tutti hanno responsabilità ma nessuno colpa. Dove le variabili in campo sono talmente tante da non poterne in alcuna maniera tenerne conto. A partire dal prospect, il suo umore, la chiarezza con la quale si propone di esprimere i propri desideri, la saute del suo gatto il giorno della consegna. L‘interpretazione cabalistica dei suoi bisogni, delle sue aspettative, della sua trasparenza. Quante altre agenzie prendono parte alla gara? Chi sono? Account che scorrono le loro rubriche alla ricerca di contatti, di persone che hanno lavorato in quell’azienda, di figli e nipoti che hanno frequentato lo stesso asilo, di cugini delle ex mogli che sono andati allo stesso villaggio vacanze nell’estate dell‘84.
Destini professionali appesi ai capricci di un brief mal formulato. Junior incaricati di prendere parte alla presentazione al solo scopo di osservare e catalogare tutte le espressioni del cliente, che magari ride sì, ma non per la sagacia della creatività, ma per un video idiota su tiktok che scorre sul secondo schermo.
Un pitch, come nel baseball, scagliato dalla montagnetta del diamante a tutta forza, un soffio, un sibilo, che con tonfo sordo approda nel guantone del ricevitore.
Una fesseria senza fine, una perdita di tempo e di risorse che manco a sforzarsi uno potrebbe capire come sia stata messa a regime e accettata per normale. Una pressione inutile, arbitraria, non potendo venire valutata secondo alcun parametro concepito dalla scienza del buon senso.
Quanto lavoro, quante belle idee quotidianamente vengono sacrificate all‘altare della competizione per la prossima campagna. E quanto sarebbe meraviglioso sottrarvisi, con un scrollata di spalle.
Perché come non indiciamo un bando per ogni cena al ristorante - in cui lo chef debba convincerci della bontà e della creatività del suo menù - non ogni campagna deve trasformarsi in questo bagno di sangue. E lo sa il signore se esiste un cristiano, un solo cristiano al mondo, che adora il suo mestiere abbastanza da divertirsi a partecipare a una gara. Se esiste: non lo voglio conoscere.
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