Dal Mondo Nuovo

Quando Antonin Dvořák si trasferisce a New York per dirigere il Conservatorio, è già considerato uno dei più grandi compositori del XIX secolo. È il 1892 e sarebbe rimasto in America ancora tre anni, dopo avere portato la musica popolare ceca sui palchi di tutto il mondo.
A New York però, Dvořák viene ispirato da suoni nuovi, rimane affascinato dai canti spiritual e dai ritmi dei nativi americani. Questo incontro tra la sua profonda nostalgia per la Boemia e l’anima della musica statunitense lo induce a comporre quella che sarebbe diventata la sua sinfonia più celebre, la Nona, che lui chiama appunto “From The New World”, Dal Nuovo Mondo.

Quando è nato mio figlio ho ricominciato ad ascoltare musica classica. In casa ne avevamo sempre ascoltata molta quando ero bambino, poi negli anni è un interesse che ho coltivato a singhiozzo. Nei mesi della gravidanza mi è capitato di leggere spesso dell’influenza positiva che il suo ascolto può avere sui neonati, e allora ho ripreso in mano qualche libro e mi sono messo all’opera.
Mi aveva sempre colpito la Nona di Dvořák, non soltanto per il trionfale quarto movimento, così stupefacentemente cinematografico, ma anche proprio per il suo nome. Quel Nuovo Mondo che cambia tutto, che stravolge le regole del gioco e rimescola le carte.
La notte dopo che è nato, sono dovuto tornare a casa. Lo avrei rivisti il mattino seguente e avevo davanti a me una notte da solo in casa. L’ultima, a cavallo tra il vecchio e il nuovo mondo.
Dvořák, quella notte, mi ha strappato il cuore dal petto.

Portarlo oggi — ancora così piccolo — alla Filarmonica di Berlino, è stato un azzardo clamoroso. Non sapevo quando sarebbe ricapitata l’occasione, magari tra anni.
In metro ho cominciato a sudare freddo — sarebbe andata malissimo, mi avrebbe odiato, avrebbe ripudiato la musica classica, sarebbe diventato un dj, sarebbe finito in uno scantinato di Neukölln a drogarsi.
Erano due settimane abbondanti che ci preparavamo. Ho dovuto mentirgli clamorosamente e dirgli che andavamo a sentire Mozart (tutt’ora è convinto che oggi il direttore d’orchestra fosse lui), che è il suo preferito. Ho portato anche le me cuffie Bose, nel caso potesse spaventarsi all’Allegro con fuoco.
E invece: ha dormito. Si è goduto l’atmosfera, ha applaudito i primi due movimenti, mi sussurrava nell’orecchio come gli avevo insegnato, mi ha detto “Che bello Babbo”, poi mi si è arrampicato addosso ed è crollato.

E io lì, emozionantissimo, a viaggiare nei ricordi. Ho sognato così a lungo questo momento. Non avrebbe potuto essere più bello di così.
Lo ha svegliato lo scroscio finale di applausi, si è destato come uno studente colto a sonnecchiare durante l’interrograzione, e ha battuto le mani con mezzo occhio aperto. Poi ha negato di essersi addormentato.

Eccolo qui, il Nuovo Mondo, esplosivo, travolgente: l’Amore.

Dvořák ha saputo cogliere la potenza esplosiva della rivoluzione. Quel passaggio così incerto che tutti noi prima o poi viviamo, nel muoverci verso l’ignoto. Non è un caso che Neil Armstrong volle portare con sé un disco della Nona sull’Apollo 11. E osservare la Terra, così distante, sognando un mondo nuovo, oltre i confini dello spazio. E abbracciare l’Infinito.

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