Decency
Ecco in quanti modi si può tradurre in italiano “decency”:
Il significato del termine varia molto a seconda del contesto. Può essere reso come decenza, dignità, correttezza, rispetto, pudore o decoro, ciascuno con sfumature diverse. La scelta dipende dal registro e dall’ambito morale, sociale o relazionale in cui viene usato.
Decenza richiama il rispetto delle norme sociali condivise e del comportamento appropriato. Dignità mette l’accento sul valore intrinseco della persona e sul modo in cui viene trattata, mentre correttezza e rispetto riguardano l’agire etico nei rapporti con gli altri. Pudore e decoro, infine, si riferiscono più specificamente alla sfera del corpo, dell’esposizione pubblica e della convenienza formale.
Guardando il documentario “The New Yorker at 100” (che celebra il centenario del settimanale) mi sono accorto che decency è un termine ricorrente nel racconto che il direttore editoriale David Remnick fa del magazine per spiegarne l’eccezionalità. Un’eccezionalità oggettiva, trattandosi di uno dei pochissimi cartacei in costante crescita attraverso (o nonostante) la rivoluzione digitale.
A mia volta quest’anno celebro il mio decimo anno da abbonato (ricorrenza che il New Yorker aveva ritenuto di celebrare omaggiandomi di un bellissimo berrettino che ora indossa il mio amico ladro) e mai ero riuscito a mettere a fuoco con tanta precisione quale fosse l’elemento distintivo del magazine più leggendario di sempre.
Decency, appunto. È evidente. Una delle doti sempre più rare in circolazione (specialmente negli Stati Uniti, direi): punto di appiglio per lettori esasperati dall’abbrutimento collettivo del linguaggio e della cultura, di un consumo bulimico, frammentario e superficiale delle notizie. Àncora di salvezza in un mondo crescentemente volgare e misero dal punto di vista etico. Elitario? Certo! E volutamente. Con tenace coerenza da cent’anni, il New Yorker non ha mai tradito la propria linea editoriale, garantendo sempre, senza soluzione di continuità: decenza, dignità, correttezza, rispetto, pudore e decoro. E quanto se ne sente il bisogno.
Il lavoro artigianale che si cela dietro ogni singolo numero, il tempo, l’attenzione al dettaglio. Decency. Qualità tout court, anima, passione.
Harold Ross, storico editor-in-chief, rispose un tempo così alla lettera di dimissioni di un suo autore:
”Questa cosa è un movimento. E non ci si dimette da un movimento.”
In questo tempo di dibattito incattivito e di comunicazione raffazzonata, il New Yorker ancora ci dimostra che la qualità paga. Che ancora ha un valore di mercato. Che la gente - non tutta, poca in verità, ma c’è, esiste - è pronta a spendere bei soldi per la qualità. Per sentirsi parte di un movimento. O per beneficiarne. Un movimento che persevera nella sua crociata in direzione ostinata e contraria contro l’imbarbarimento. Offrendo invece decency. Che vale ben più dei 120€ annui dell’abbonamento. Molto di più. Vale tutto il futuro migliore che possiamo offrire alle generazioni che ci seguiranno.
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