Dieci punti

Il termine, per intenderci, l’ha coniato Walter Veltroni nel 2005, figurati un po’. Sono dunque oltre vent’anni che in Italia si parla di "campo largo", l'idea di unire l'area progressista con forze centriste. Nel tentativo, intanto, abbiamo comodamente consegnato il paese a Beppe Grillo prima, a Matteo Salvini poi, e infine a Giorgia Meloni. Dunque, con calma - può sempre andare peggio (?).
Può dunque far sorridere osservare come il partito che alle ultime Landtagswahlen ha trionfato a Berlino (pur senza avere ottenuto la maggioranza assoluta), la Linke bolscevica, sia riuscita in meno di un mese a trovare l’accordo per un governo rosso-verde-rosso (socialisti, verdi e comunisti). Non solo. La notte in cui l’accordo è stato raggiunto, gli è stato dato un nome ("Mehr gemeinsam, mehr Berlin" - Più insieme, più Berlino) e, nondimeno, è stato presentato al pubblico sotto forma di un decalogo puntato. Un'agenda programmatica netta che spazia dalla storicamente complessa Vergesellschaftung (la socializzazione dei grandi colossi immobiliari) fino a piani mirati per la casa e la mobilità.
In Germania, un'alleanza che da noi richiederebbe tre congressi, cinque scissioni e sei mesi di talk show, si sbriga a porte chiuse con pragmatismo geometrico. La differenza sta tutta qui: mentre a Berlino si firmano i decaloghi per iniziare a governare, in Italia si firmano i manifesti per iniziare a litigare.
Il "campo largo", nato vent'anni fa come una grande intuizione geopolitica da prima serata, ha finito per somigliare a quei cantieri autostradali eternamente aperti: le transenne bloccano il traffico, i cartelli promettono meraviglie, ma gli operai non arrivano mai.
E nell'attesa che il perimetro sia perfetto, la destra passa e si prende le chiavi di casa.
Con estrema calma, s'intende.

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La linea sottile tra vandalismo e azione politica

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