La linea sottile tra vandalismo e azione politica
In queste ore di drammatico confronto sulle violenze che scuotono le città - anche - italiane, torno alle parole cruciali di una professionista della violenza, che meglio di chiunque altro è riuscita a condensare il senso dell’azione di protesta:
“Si brucia una macchina, così è un crimine. Si bruciano decine di macchine, così è un’azione politica.”
Ulrike Meinhof, insieme ad Andreas Baader mente e teorica della RAF tedesca, separava in modo netto l’azione individuale da quella collettiva, per tracciare una linea di demarcazione tra vandalismo e lotta politica.
Nel caso attuale, possiamo osservare come questo assioma si sia ramificato in tempi recenti e come perfino l’azione - presunta - politica sia stata contaminata dalla lunga mano del capitalismo.
Ripartiamo dall’oggetto della protesta: le condizioni delle scuole e come queste abbiano creato un divario sociale tra centro e periferia. Nella città di Milano questo scarto ha raggiunto dimensioni grottesche e rende dunque la protesta più che legittima. La violenza diventerebbe quindi un amplificatore del disagio giovanile e sarebbe necessaria a rendere visibile un tema che da intere legislature ci si ostina a ignorare. A meno che non si viva su Marte, è lecito ormai da anni chiedersi quando sarebbe arrivato il botto.
Dunque sono decine le macchine a bruciare e si dovrebbe trattare di un’azione politica.
Cosa succede tuttavia. L’oggetto della violenza è sin da subito diventato indiscriminato, ma soprattutto ha assunto carattere individuale.
Indiscriminato perché devastare una Feltrinelli, nel contesto di una protesta contro lo stato delle scuole, è da imbecilli. In quanto genitore provo a vederla così: se vengo chiamato in questura perché mio figlio ha sfondato la vetrina di una banca, cercherò di capire quale sia l’origine della sua rabbia (e, confesso, potrei provare una punta di simpatia); se venissi invece convocato perché ha devastato una libreria o un negozio di frutta e verdura, la sua camera da letto si trasferirebbe immediatamente sul pianerottolo.
Per quanto riguarda invece il carattere individuale, la maggior parte dei negozi devastati è stato anche saccheggiato. E si dà il caso che si tratti di negozi particolarmente amati dai giovani in questione, che hanno poi varcato le vetrine in frantumi, con le braccia colme di prodotti tra i più gettonati tra la generazione in oggetto.
La critica a un sistema viene esercitata con gli stessi strumenti del sistema: la violenza del desiderio materiale. Il capitalismo, lo vediamo, ha plasmato anche l’azione politica.
Se si brucia un’automobile è dunque chiaramente un crimine, ma se si rubano decine di automobili di lusso, anziché bruciarle, si può considerare un’azione politica? Difficilmente.
La violenza, se rispecchia un genuino disagio per il mancato ascolto da parte delle istituzioni, non soltanto è lecita, ma sacrosanta. Se però negli anni ‘70 l’azione politica era definita dalla partecipazione di massa, oggi lo è per lo scopo e l’oggetto sui quali la violenza è esercitata. Devastare una libreria per protestare contro i tagli alla cultura è come tagliarsi una gamba perché la scarpa stava stretta. Possiamo quindi concludere che quei pochissimi che hanno commesso il fatto fossero dei decerebrati? Bene, passiamo oltre. Perché infine, fatta la dovuta ammenda e appurati gli evidenti limiti del protestare contemporaneo in questo angolo fortunatissimo di mondo, è opportuno volgere lo sguardo verso la vera violenza, radicata, latente, spietata, sistematica che è all’origine stessa del dissenso: quella perpetrata dalla società che abitiamo. Sarà violento sfondare una vetrina, ma è violento quanto uno stage a 600€? Lanciare un sasso contro la polizia: violentissimo, ma la camera di uno studentato a 704 euro al mese medi (con picchi che sfiorano i 1.100 euro per una singola in zone come Porta Venezia o Solari) come la classifichiamo? L’arredo urbano divelto fa indubbiamente notizia, ma il silenzio che avvolge un mercato immobiliare capace di fagocitare fino al 73% dello stipendio netto di un giovane lavoratore, non è forse violenza? Sfondare la vetrina di una banca o incendiare un cassonetto scatena l'immediata reazione del codice penale e la retorica del pugno duro, eppure la società accetta come "normale dinamica di mercato" il fatto che un under-35 debba sopravvivere con contratti precari o stage da fame, mentre la crescita dei salari viaggia costantemente sotto il tasso di inflazione, istituzionalizzando la figura del working poor.
L'occupazione rabbiosa di un liceo viene bollata senza appello come vandalismo ideologico e interruzione di pubblico servizio, ma a nessuno verrebbe in mente di definire criminale la violenza silenziosa della povertà educativa che consuma le periferie milanesi più fragili, come Baggio o Ponte Lambro, dove la dispersione scolastica implicita schizza fino al 24% - 30% contro una media cittadina ferma appena al 6%. Ed è precisamente in quel divario profondo e rimosso che il dissenso smette di essere teoria e si trasforma nel botto che oggi scuote le nostre città.
Attenzione dunque a indignarsi per qualche sasso. Per lo stato attuale nel quale si trova la città di Milano, è già un miracolo che Palazzo Marino non abbia fatto la fine del municipio di Limoges. Che noi stiamo qui a guardare quattro vetrine frantumate, in Francia - come al solito - se la politica smette di ascoltare, mettono a ferro e fuoco tutto il paese. E quella sì, quella è un’azione politica. Da noi invece - come al solito - stiamo ancora cercando di capire cosa fare da grandi. Che non è una bella prospettiva.
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