Digger

Su Digger (2026) cercherò di versare meno inchiostro possibile, nonostante la portata del disastro richiederebbe un vangelo e mezzo. Ordino la critica su tre piani distinti, per chiarezza.

Il primo afferisce alla sfera artistica, così ci togliamo il sassolino.
Partiamo dal regista: Alejandro González Iñárritu. Bontà sua. Forse il più intimo degli autori, la cui macchina da presa naviga mai più lontana di un palmo dal muso del protagonista; il regista di Amores perros, di 21 grammi, di Birdman. Lui. Ebbene, non si tratta di un caso di omonimia. È lo stesso Iñárritu che ha speso 180 milioni di dollari (ci torniamo dopo) per mettere in scena quello che, in definitiva (e con pochissime eccezioni), è il pensierino arrabbiato di un tema di liceo. Chi ci capisce è bravo.
Tre meriti conto sul taccuino:
avere mescolato il piano del disastro globale al dramma personale (conflitto che tuttavia scivola via tra le pieghe di una trama arciconfusa);
l’interpretazione notevole di Tom Cruise (quello di Magnolia, non quello di Mission:Impossible);
un ragionamento particolarmente accurato sulla narrazione: mentre si trovano a bordo di un aereo privato, Digger Rockwell spiega a Nirav Ganesh come l'oggettività scientifica dei fatti non abbia alcuna chance rispetto alla forza manipolatoria di una narrazione ben costruita. In breve: verità - fatti = storytelling. Quando si parla di crisi climatica, si tratta di un’equazione determinante.
E qui mi fermo, per rispetto di un autore che ho amato enormemente e che sta passando un 2026 peggiore di Friedrich Merz. Artisticamente il film, purtroppo, non è niente di più che un esercizio di stile costosetto.

Il secondo piano di considerazione è politico.
Perché oltre a essere terribilmente in ritardo (Don’t Look Up è di sei anni fa), Digger è anche ambiguo. Alzi la mano chi, nel 2026, con le crisi politiche, geopolitiche, economiche e sociali che scuotono il pianeta, ha voglia di sentirsi dare del pirla da Iñárritu. Peggio: del menefreghista, del complice, perfino.
Perché questo fa il film: non si limita a dipingere Digger Rockwell come il mostro capitalista o la politica come l'apparato che insabbia la catastrofe per non perdere consenso. Allarga invece la colpa alla platea. Se in prima battuta l’opera sembra infatti strizzare l’occhiolino alle istanze dell’ambientalismo militante, grattando la superficie si scopre il gioco opposto. Iñárritu mette in scena una comunità civile subdola, grigia, anestetizzata; una massa informe capace soltanto di urlare sui social, di indignarsi a comando nei salotti e di sventolare slogan, per poi rintanarsi a vivere il proprio consumismo con un’infinita, rassegnata miseria morale. Più che un atto d'accusa contro i potenti, Digger diventa così uno schiaffo cinico a noi spettatori, colpevoli di un attivismo da tastiera che non ha la minima intenzione di rinunciare alle proprie comodità.
Grazie, Alejandro, meno male che ci sei tu.

Infine l’aspetto economico.
Facciamo i conti in tasca a questo disastro perché i numeri, a differenza della sceneggiatura di Iñárritu, hanno una spietata e limpidissima coerenza. Il giocattolo, come anticipato, è costato la bellezza di 180 milioni di dollari di solo budget produttivo. Per darci un metro di paragone rapido, Christopher Nolan ha girato un'epopea spaziale come Interstellar con 165 milioni, e ha ricostruito la bomba atomica in Oppenheimer con appena 100 milioni. Iñárritu è riuscito a bruciare più denaro di quanto Nolan utilizzi per squarciare lo spaziotempo, il tutto per mettere in scena un'eco-satira parlata per lo più in interni e jet privati.
La portata del fallimento è semplicemente storica. Nel primo weekend il film ha racimolato la miseria di 8 milioni di dollari negli Stati Uniti: il peggior debutto per un film di Tom Cruise da vent'anni a questa parte. Con un punto di pareggio stimato oltre i 300 milioni (più o meno il PIL annuale di una piccola nazione insulare del Pacifico che, ironia della sorte, rischia di finire sott'acqua proprio per la crisi climatica) per coprire anche le spese di marketing, le perdite previste per la Warner si aggirano oggi sui 250 milioni di dollari, proiettando la pellicola direttamente nell'Olimpo dei flop commerciali più catastrofici di sempre.

Possiamo davvero stupirci? Nientaffatto. Hollywood ha commesso l'errore sistemico di vendere un film d'autore logorroico, cinico e respingente usando i codici del blockbuster d'azione. Hanno preso l'eroe globale di Top Gun, lo hanno invecchiato per fargli fare il magnate petrolifero sgradevole e poi si sono meravigliati se il pubblico ha rifiutato il prezzo del biglietto.
Alla fine della fiera, Digger si accartoccia su se stesso in un monumentale e costosissimo paradosso. Iñárritu ha bruciato una quantità di capitali (e di emissioni, a voler essere pignoli) degna dei magnati petroliferi che vorrebbe mettere alla sbarra, il tutto per impartire una lezioncina cinica a un pubblico già abbastanza sfiancato dalla realtà.
La vera morale, a conti fatti, non arriva dalla sceneggiatura, ma dal vuoto cosmico delle sale: si può anche pretendere di giudicare i peccati dell'umanità dai divanetti in pelle di un jet privato, ma poi non ci si deve offendere se l'umanità, molto serenamente, decide di lasciarti a terra.

(Se non si fosse capito, il film è bruttino).

parole: 841

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