Sperando che basti

Ciclicamente mi torna alla mente un aneddoto dall‘autobiografia di Emir Kusturica, Dove sono in questa storia. Raccontava, il regista serbo, di quando durante gli anni in accademia, gli fosse capitato - per una ragione o per l’altra - di addormentarsi durante i titoli di testa di 8½, per ben tre volte. Di quanto tutti intorno a lui decantassero i prodigi della pellicola di Fellini e di come invece lui fosse rimasto l’unico a non averla ancora vista. È infatti curioso, considerando quanto i suoi film siano intrisi della traccia di 8½, ben più di molti altri registi che si piccano - seppure indirettamente - di esserne i diretti eredi. Eppure tant’è, Kusturica ha posticipato oltre l’inverosimile la visione della pellicola che certamente ha influenzato il suo modo di fare cinema, forse più di ogni altra.

Ci ripenso perché negli ultimi mesi mi sto convincendo che gli anni più belli per me devono ancora venire. E mi sento un po’ come il giovane Emir, che si addormenta ogni qualvolta la vita gli proponga l’occasione per innescare la scintilla definitiva e lui, non per arroganza, né per mancanza di interesse, ma soltanto per via delle circostanze della quotidianità, manchi l’appuntamento, tardando alla rivelazione.

Oppure come Nazim Hikmet, anche così mi sento, con la sua convinzione che il più bello dei mari è quello che ancora deve navigare. Definirla speranza - perché poi quella è - mi sa di patetico, ma non si tratta nemmeno di una certezza, ovviamente; quanto più forse è fiducia. Ma in chi?

Restare svegli e vigili, coscienti, di fronte ai segnali della vita. Per coglierli e, all’occorrenza, per venire colto: ecco in cosa confido. Nel riuscire a vegliare, quando sarà il momento. E farmi trovare pronto. Non mancare l’appuntamento con la felicità. Sperando che basti.

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