Don Bot
Bon. Ci siamo. In Giappone hanno presentato Buddharoid, il primo robot androide che veste i panni di un monaco buddista. A vederlo così vien da ridere, ma a ben pensarci fa venire i brividi. Per far fronte alla crisi di vocazioni, il Sol Levante decide di portarsi avanti e cominciare a programmare oggi il Sangha (clero) di domani. È un’idea. Infondo se l’intelligenza artificiale si fonda su un circuito chiuso di informazioni, la religione per prima - non essendo per definizione soggetta a cambiamenti - potrebbe beneficiare di macchine che ripetono a pappagallo le sacre scritture e impartiscono lezioni di vita che tanto neanche i preti sarebbero titolati a somministrare. È al contempo la fine della civiltà e la salvezza del culto.
Certo, infrange il sogno di noi anticlericali che speravamo (come ricordavo di aver letto, ma non riesco a recuperare la fonte) di veder morire l’ultimo prete in Francia tra il 2060 e il 2070. A Fra’ Jacques succederà invece un ammasso di plastica, titanio e transistor che metterà in circolo duemila anni di teorie, senza il beneficio della fede. O del dubbio. Ci si confesserà non con un intermediario del divino (o presunto), ma con un software.
Se dunque, da un lato, Don Bot dovrebbe (dovrebbe!) saperne quanto Fra’ Jacques di rapporti di coppia, è anche vero che almeno si poteva sin qui fare affidamento sull’empatia di un altro essere umano. Qualcuno che innanzitutto crede (Don Bot non crede), ma che può comprendere (Don Bot non comprende), ad esempio, un momento di umana debolezza. L’assoluzione, tra gli altri, è uno degli elementi cardine dell’impegno sacerdotale. Ma come può un robot valutare un pentimento se non è capace di empatia. Il perdono richiede comprensione, una sintonia umana fatta di vibrazioni, di ascolto, che passa anche dall’esperienza vissuta in prima persona. Altrimenti dovremo fare affidamento su Confess-ion? L'app con riconoscimento facciale che analizza il battito cardiaco per capire se il peccato è "veniale" o "mortale"?
Il circuito chiuso dell’intelligenza artificiale garantirebbe chiaramente la continuità evangelica da un punto di vista teorico, ma sbarrerebbe anche la strada all’evoluzione della Chiesa. E qui sta il paradosso: la tecnologia che ferma il progresso.
D’altro canto, invece, si apre uno scenario interessante. Quello per cui Deep-Faith - un sistema di deep learning addestrato esclusivamente sui testi della Chiesa - sarebbe un software manipolabile. Un attacco informatico ben congegnato potrebbe hackerarlo e mandare in cortocircuito le parrocchie di mezzo mondo. Schiere di preti robot che, da un momento con l’altro, benedicono le unioni tra persone dello stesso sesso come espressione autentica d’amore, suggeriscono l’uso dei contraccettivi come scelta etica e responsabile, invitano a considerare l’eutanasia in casi di sofferenza estrema, ridefiniscono il concetto di peccato in termini psicologici e sociali, più che morali, considerano l’identità di genere come parte del disegno umano, non una deviazione, dichiarano che il dubbio è una virtù, non una mancanza, e magari raccomandano di leggere i testi sacri in chiave simbolica e non letterale. Poche ore di bug per ridisegnare la geografia religiosa globale.
Mi sono lasciato prendere la mano, d’accordo. Don Bot, Confess-ion e Deep Faith (ancora) non esistono. Ma la proiezione sovverte certo l’auspicio di Jean Meslier, parroco francese del XVIII secolo, che in punto di morte scrisse: "L'umanità non sarà mai libera finché l'ultimo re non sarà strangolato con le budella dell'ultimo prete". Meslier non aveva evidentemente fatto i conti coi giapponesi. Né con una società che avrebbe pensato, un giorno, di poter risolvere la questione religiosa rimuovendo l’umanità dall’ordine sacro. In termini tecnici si chiama “nazismo”: obbedienza cieca a discapito di crucci morali. Altri la chiamano “fede”.
Amen. E riavvia.
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