Un Inno Alla Vita

È davvero difficile, se non impossibile, da uomo comprendere Gisèle Pelicot. Non ho gli strumenti culturali per raccapezzarmi nella sua mente, nella sua forza, nel suo atteggiamento. Le sue scelte rimangono qualcosa che posso ammirare, ma non assimilare. Quando leggo un libro mi sforzo di impararne qualcosa, di trarne una morale che possa entrare a far parte di me, della mia vita, un’arma da poter usare, uno scudo dietro al quale ripararmi, un fuoco al quale scaldarmi. Questa volta fatico a rubare qualche riga, da un libro, per me.
Non so cosa voglia dire venire giudicato tutta la vita per il mio aspetto, per i miei pensieri. Non so cosa voglia dire sentirmi perennemente in difetto, in debito, in colpa. Non so cosa voglia dire non godere dello stesso diritto di qualcun altro. Non so cosa voglia dire sentirmi un oggetto. Non so cosa voglia dire sentirmi proprietà.
Non lo so, ma devo sforzarmi di capire. Se non altro perché sono padre di un figlio maschio.

Un Inno Alla Vita (2026, Rizzoli) mi ha fatto lo stesso effetto dell’Avversario di Carrère, soltanto a parti inverse, non dal punto di vista del carnefice, ma da quello della vittima. Entrambi a loro modo raccontano le storie di due uomini che sono riusciti a condurre vite compassate, silenziose, guadagnandosi la cieca fiducia di chiunque li incontrasse, mentre dentro covavano - che cosa? una malattia? la “bestia”? Impossibile dirlo. Un abisso insondabile, radicato, eppure platealmente manipolatore, spietatamente falso.
“Come avete fatto a non accorgervi di nulla?”
Eccola la grande domanda che tutti si pongono difronte a storie come quella di Jean-Luc Romand e di Dominique Pelicot. Tutti, uomini e donne, indiscriminatamente. Perché tutti noi, in cuor nostro, immaginiamo che saremmo stati in grado, al posto di Florence o di Gisèle, di scoprire anzitempo di condividere il tetto, gli affetti, il letto con una persona capace di simili mostruosità.
Un Inno Alla Vita si pone questo come missione (anche a nome di Florence Romand, che non ne ha avuto la possibilità, e di tutte coloro che non hanno potuto o non hanno trovato la forza di Gisèle): raccontare quanto il male talvolta semini indizi invisibili ad occhio nudo, anche se ci sono. Come il carnefice sappia, con pazienza, annidarsi in un’esistenza pacifica, mascherarsi per anni dietro l’apparenza dell’ordinarietà, facendosi forte del proprio ruolo, scudo dei privilegi che - ne è certo - gli garantiranno impunità.

Tutto il male che è stato fatto a Gisèle non le ha impedito di tenere stretti gli anni belli con suo marito. Anzi, le sono stati indispensabili per sopravvivere all’orrore, per non credere che tutta la sua vita sia stata una menzogna. Ha rifiutato di interpretare la parte della donna finita, dilaniata dal potere che l’ha voluta sottomettere nel più barbaro dei modi. Per questo non ha mai smesso, durante gli inverni del processo, di portare degli abiti pesanti in carcere. L’amore, come scrive lei stessa, viene da una breccia profonda dentro di me e mi rende vulnerabile. Ma accetto questa fragilità, accetto ancora questo rischio. Perché se non amo, vince il vuoto e io non sono niente.”

Un Inno Alla Vita dovrebbe essere un testo obbligatorio nei licei. Non soltanto per educare i maschi, ma anche le giovani donne. Per guidare i primi a riconoscere le trappole del privilegio, le seconde alla forza esplosiva della libertà. Questo libro è un dono di Gisèle al mondo, ciascuno nella sua esperienza, nella propria pelle, può ricavarne qualcosa per sé stesso.
Non serve capire Gisèle Pelicot. Non occorre essere donna per trarre un insegnamento da questo libro. Basta leggerlo, chiuderlo, e tornare al titolo. Sta tutto lì. Nel saper correre il rischio, ancora e ancora, di riuscire ad amare. Imperterriti. Per non cedere al vuoto e rimanere padroni della propria felicità, a dispetto di ogni ingiustizia.

parole: 634

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L’albero giovane