Tinker Box

Mi ha dato uno strano senso di speranza trovare, attaccato a un lampione del parco sotto casa, un armadietto colorato di plastica. Si chiama Tinker Box, che in italiano si tradurrebbe come portagioie: uno scrigno di scambio per piccoli oggetti, giocattolini, braccialetti, sticker eccetera. Se lasci qualcosa, puoi prendere qualcosa, lasciando poi un pensiero nel guestbook. Mi ha ricordato i libri di vetta che si trovano in alta montagna, ai piedi delle croci: un segno del proprio passaggio e di chi ci ha preceduti. L’aggiunta del baratto poi è commovente. Ho trovato perfino una piccola coda di bimbi che non vedevano l’ora di firmare e di scambiare i loro ninnoli.
Niente di nuovo sotto il cielo di Berlino, una città endemicamente avvezza alla sharing economy, in cui lo stooping la fa da padrone a ogni angolo di strada, si trovano stazioni di book crossing in ogni quartiere, insieme a svariate altre iniziative simili - anche le più strampalate - che spuntano come funghi a ogni nuova stagione.
A colpirmi in questo caso è tuttavia l’innocenza dell’artefatto, che non ha certo carattere di servizio, ma piuttosto di sfogo, di incontro analogico su pubblica piazza. L’idea che ancora si possa dare un appuntamento simbolico a degli sconosciuti, condividere un minuscolo spazio fisico, offerto in una forma del tutto estranea al digitale.
“A chiunque legga, auguro una splendida giornata”, ha scritto qualcuno su un post-it all’interno. Messaggi felici, regalati al mare della città come una bottiglia alle onde. Mantenendo per di più un carattere anarchico di riappropriazione dello spazio pubblico. A Berlino ancora si può.
Anche noi abbiamo già in programma per il weekend di portarci un piccolo magnete a forma di stegosauro che avevamo comprato al Museo di Scienze Naturali. Scriveremo anche un bel biglietto per gli altri bimbi. C’è davvero qualcosa di più bello e educativo? Avanti così ragazzi.

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