Durata breve
Nel vivo di Cannes, oggi il Lichtblick ha offerto una rassegna dei cortometraggi finalisti all’edizione scorsa. Sette film per i novanta minuti canonici complessivi. Una bella iniziativa che mi ha incuriosito, sono anni che non guardo cortometraggi. Che a pensarci bene è in qualche modo anacronistico con le abitudini del tempo che viviamo. Durante il regno indiscusso del formato breve, quello che sarebbe il prodotto candidato a rubarne la scena rimane nel suo secolare castigo, sempre in ombra, sempre sfigatissimo.
Quello della durata è un bel fattaccio, che segue logiche tutte sue. Handke ci ha vinto, da solo, mezzo Nobel. La soluzione sembrerebbe davvero non risiedere in un minutaggio ridotto (anche se questo non spiega l’ossessione per gli Shorts), bensì nella frammentazione di narrazioni estese. Il cortometraggi forse mette soggezione per la sua fine così netta, precoce e perentoria. Ad ogni modo.
Prima annotazione: inesorabile assenza di leggerezza. Sembrerebbe che per realizzare un corto sia necessario spremere ogni goccia di dolore, senza dare adito a una bava di speranza.
Seconda annotazione: fluidità dei generi. È una sensibile contaminazione che affonda sempre le radici nel concettuale. Purtroppo davvero non si scappa (o meglio: uno sì, e infatti ha vinto), gli autori sono affascinati dalle circostanze di partenza, ma poi sembrano avere timore di restare nel dolore e con il dolore che loro stessi hanno scelto di raccontare. Quindi: si canta! Quindi: si balla! Mannaggia guarda.
Una guerra feroce tra carri attrezzi subito dopo un incidente stradale, un’adolescente di una cittadina costiera alla quale è precluso il canto e che sogna di fuggire in città, il viaggio surreale di una giovane donna ipersensibile che cerca di ricomporsi dopo un incidente, due fratelli costretti a confrontarsi con un oscuro segreto d’infanzia tornando sull’isola dove sono cresciuti, due ragazze sole nella natura attorno a un lago isolato, fantasmi che discutono di amore e lutto in un mondo sommerso e in fiamme, un gruppo di addetti ai birilli che prepara uno spettacolo musicale nell’ultimo giorno di una vecchia sala da bowling.
Bel mosaico, vero? Il formato della rassegna di corti non è male sul serio. Narrazioni omeopatiche e chiuse che si danno il tempo giusto di lasciare un umore, un’impressione, una screziatura. Ma che proprio per questa mancanza di pretese, fanno il loro giro e danno da riflettere. Oppure no. Ma ha davvero importanza?
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