Generazione Schengen

La libertà più evidente e scontata che la mia generazione (la “Generazione Schengen”) possiede, è quella di circolazione. In ogni momento posso decidere liberamente di andare a vivere dove voglio, per quanto mi pare, senza dover rendere conto a nessuno.
Il “vento di guerra”, infondo, si misura in questo: con la sospensione di libertà fondamentali. E la Germania lo ha appena fatto. La Germania.

Gli uomini tra i diciassette e i quarantacinque anni, dovranno richiedere l’autorizzazione alla Bundeswehr per soggiorni all'estero superiori ai tre mesi. Si tratta di una norma (addirittura retroattiva, dal primo gennaio) introdotta per migliorare la pianificazione di un’immediata mobilitazione di personale in età di leva.

Una misura simile è già di per sé una dichiarazione di stato di emergenza. È già, sul piano formale, una notifica di prontezza al conflitto. Non è accompagnata da manifestazioni di piazza, né da troppe proteste nelle aule di potere. Il momento storico che ci troviamo a vivere - seppure precipitato in una manciata di mesi - dà per assodato, quasi giustificato da buon senso, che sia meglio prepararsi al peggio.

Io la leva non l’ho fatta, mi è stata risparmiata perché si è creduto nella forza della deterrenza, in un futuro che avrebbe visto un’Europa sempre più coesa, nella globalizzazione uno strumento di pace. Chi l’avrebbe mai detto che il sistema economico egemone non ci avrebbe garantito stabilità eterna?
E intanto, nell’indifferenza generale, uno dei diritti più assodati che possedevamo ci è stato sfilato sotto il sedere. In nome di cosa? Della protezione dei confini nazionali?
Rappresenta, questo momento storico, l’ultimo vero affronto a una generazione che ha avuto tutto e non ha ricevuto niente. E che accetterà anche questo ultimo tassello del mosaico con rassegnata indignazione. Perché tanto non le verrà data altra scelta.

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