Lontano dagli occhi

Quattrocento mila chilometri. Il genere umano non è mai stato tanto distante dalla Terra quanto l’equipaggio dell’Artemis II. C’è soltanto da invidiarli. Proveranno un bel sollievo, lassù, a contemplare casa da distanza di sicurezza, a prendere un record di distacco dalle notizie del giorno, a mettere tutto quel divario tra loro e l’irragionevole, irrazionale, insensata bestialità del mondo.

Non so come, ma mi è ritornato in mente il Chellenger, quel gran botto dopo settantatré secondi di volo; tutta quella vita trascorsa a sognare lo spazio, per poi disintegrarsi a un palmo dal suolo, in una nuvola di polvere. Eppure in qualche modo già lassù, più vicini alle stelle che all’America.
Sono andato a guardare dove Wikipedia indica che sono morti gli astronauti dell’equipaggio. La pagina inglese dice “North Atlantic Ocean”, perché tirando una riga in verticale é lì da qualche parte che si sono spetasciati. Ingeneroso. Ma ancora peggio fa la pagina italiana, che segna i luoghi di scomparsa a “Cape Canaveral”, cioè alla piattaforma di lancio. Cattiveria pura.
“Nato nel Montana, Morto nello Spazio” o al massimo “in volo”, no? Cosa significa dare un parametro terrestre? Mica si son schiantati contro le Torri Gemelle. E non sono nemmeno affogati nell’oceano.

Quanto lontani dalla Terra bisogna essere, per non averci più niente a che fare? Dio non volesse, ma se ai quattro dell’Artemis II dovesse accadere qualcosa, cosa direbbero le loro biografie? “Nato nel Wyoming, Morto Da-Qualche-Parte-Sopra-Gli-Stati-Uniti”? Cosa ci costerebbe distaccarci da quello strano senso di possesso e concedere un “Nato a Chicago, Morto nell’orbita lunare”? Senza essere romantici, ma almeno scientificamente realisti.

Ad ogni modo, stan bene dove stanno. Ora, lassù, da qualche parte. A mettere le cose nella giusta prospettiva: l’unica. Se vi avanza il carburante, fatevelo un altro giro. Che quando tornate lo sa il signore quanto costerà qui la benzina.

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