Prima di tutto

É il clone di sua madre da bambina. Non ho mai visto una somiglianza simile. Trascende anche l‘aspetto: parla con la stessa voce, la fronte le si increspa dello stesso disappunto, il nasino trascina il resto del corpo con la medesima impertinenza verso la prossima avventura.
Mio figlio invece mi somiglia soltanto vagamente da bimbo, qualcosa negli occhi, qualcos’altro nella fronte e nel sorriso. Ma l‘indole cauta e spesso introversa é la stessa.
É dunque stupefacente assistere a questi due mocciosetti giocare nel giardino fiorito sopra Lerici, secondo le stesse nostre dinamiche di trent’anni fa: lei con trainante entusiasmo e leggerezza davanti, lui remissivo e con una certa rassegnazione appresso.

Ma é proprio nella somiglianza tra madre e figlia che qualcosa mi strizza lo stomaco: osservare quella bambina mi riporta indietro nel tempo, mi rimette nella mia prospettiva di bambino, piena di dubbi, di timori ma anche di ammirazione per quella mia amichetta stramba e simpatica, così diversa da me.
La seguivo, estate dopo estate, perché con lei scoprivo un me nuovo che non riuscivo a far vivere durante il resto dell’anno: più libero, più disinvolto, più coraggioso.

“Ti ricordi quando all‘Elba abbiamo cercato di fuggire di casa?“ mi domanda lei ieri. Sorrido e annuisco, ma poi mi rendo conto che no, non me lo ricordo. Se è per questo non mi ricordo niente di niente. Ma sono certo che quella di scappare di casa non fosse stata un’idea mia. Era la mia amica teppa e io la seguivo in tutto. Poi però le buscavo anche io, poco ma sicuro.
Non ricordare le cose mi rende ancora più vivide le sensazioni che provo ora osservando la sua bimba, fetente pure lei, e mio figlio a rimorchio. Non immagini, ma uno stato d’animo nitidissimo. E poi lui dietro, che un po’ è maschio e basta, ma poi è anche uno di quei bambini “che ti strappano il cuore”, così mansueto, così buono, sempre soprappensiero, con quella cautela devastante, quegli occhi grandi che abbracciano il mondo intero.

Sono bellissimi, insieme. Staremmo a guardarli per ore. Assistiamo a un ciclo tra i più antichi - e cinematografici - che esistano. Noi che manco ci sentivamo più da un paio di decenni, che non sappiamo quasi niente dell’altro, di che persone siamo, di cosa ci è successo, in tutta questa vita.
Ci sono soltanto i ricordi e poi questi nuovi ricordi viventi, in miniatura. Che fanno cose. Le stesse, o quasi. Prima che tutto debba ancora accadere. Prima di tutto.

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