Gittersee

L’abbandono rappresenta una condizione comune a tutti. Una linea che trova un punto di inizio e che poi procede costante, guadagnando terreno e intensità. Tutti veniamo abbandonati, prima o poi.
“Gli uomini muoiono e non sono felici“, chiosava il Caligola di Camus, ed é una verità tanto brutale quanto ineluttabile. Ognuno lo sa, ma ognuno non riesce a farsene una ragione, oppure trova un proprio modo per scendervi a patti. E così la morte altrui diventa un fatto personale: nel momento in cui qualcuno ci lascia, siamo abbandonati.

In adolescenza é facile temere l‘abbandono, oppure incontrarlo per la prima volta. É un’età in cui ogni separazione viene vissuta come un atto brutale, spietato e irreversibile, dunque come un frammento di morte, per il semplice fatto che ancora risulta impensabile che la vita possa continuare. Eppure continua.
Rappresenta una convinzione forte al tal punto che, non potendo immaginare un prosieguo, si crede di avere nulla da perdere. Per questo é l’età delle sciocchezze. E della disperazione. Col tempo non si diventa cinici: si familiarizza con l’abbandono. Si consta che la vita continua.
È quindi facile che quella linea trovi il suo punto di inizio proprio in quegli anni così delicati ed è inutile credere di proteggerne o di proteggersi. L’abbandono, prima o dopo, arriva.
La linea di Karin però, anziché procedere solitaria, incrocia un’altra linea: quella della Repubblica Democratica. Quel punto di incontro Charlotte Gneuss lo racconta nel suo Gittersee (in Italia “I confidenti” per Iperborea, 2023). Così il lutto della ragazza viene contaminato dall’intervento di uno Stato morboso, che dapprima la accusa di complicità nell’espatrio criminale (Republikflucht) del suo fidanzato, poi fa leva sul suo timore di venire nuovamente abbandonata, per estorcerle informazioni sulle persone a lei più care. È la storia di tanti che hanno vissuto nella Germania orientale durante i quarant’anni di regime socialista.
Gittersee è un racconto al contempo claustrofobico e tenerissimo, feroce eppure toccante. L’innocenza qui non viene smarrita, ma taglieggiata con la manipolazione. Lo fa, la Gneuss, con uno stile e un linguaggio che rispecchiano perfettamente il groviglio dell’età di Karin, in precario equilibrio tra la vita e l’abisso.
“Es ist früh am Tag und spät im Jahr”, comincia il romanzo: “È l'inizio del giorno, ma la fine dell'anno”. Un contrasto sin dal primo rigo. Uno degli incipit più semplici e potenti che mi sia capitato di leggere.

Sulla riduzione teatrale prodotta dalla Berliner Ensemble, invece, non occorre versare troppo inchiostro. Didattico? Forse peggio: frivolo. Che è il crimine peggiore che si potesse commettere verso l’opera che l’ha ispirata. Una regia inconsistente che non permette agli attori - due dei quali, nomi di spicco nel panorama nazionale - di ingranare in alcun modo le marce della narrazione, ingolfandosi in silenzi inconsistenti e in improvvise accelerazioni gracchianti. Uno spettacolo che passerà come un raffreddore, senza lasciare traccia alcuna.

L’esperienza letteraria rimane invece un tributo delicatissimo a quell’età bislacca in cui l’abbandono si fa più tragico. In cui i silenzi nascondono tumulto e le parole invece si affacciano come conati. L’età in cui tutto è alieno, il corpo un nemico da combattere, le emozioni un’onda che si infrange sulla battigia, si ritira, e torna a schiantarsi. Cancellando ogni cosa, con fragore e poi silenzio. E poi fragore. E ancora silenzio. Dall’alba del tempo, fino alla sua fine.

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Il volto del male