Riconoscersi, sempre.

Gli chiedo se domattina mi vuole accompagnare dal barbiere. Lo ha sempre affascinato, anche se lui non intende farsi sfiorare con un mignolo. Sta lì e fissa le mie ciocche cadere in terra, anche per mezz’ora, senza fiatare. Poi quando usciamo mi fa mille domande, tipo “ti ha fatto male?”.
Questa volta sembra diverso. Mi chiede se mi faccio tagliare anche la barba. “Penso di sì, sai?” e lui: “Ma non tutta, soltanto un poco.” Lo rassicuro, non voglio tagliarmi tutta la barba - sarebbe la prima volta in vent’anni. Poi mi fa: “Ma se te la tagli tutta, diventi liscio?” Sì, divento liscio. Sembra piacergli l’idea. Più tardi, a cena, mi dice che vorrebbe che fossi liscio. Gli rispondo: “Amore guarda che ce l’ho da quando sei nato. Se me la taglio, poi non mi riconosci.” È scandalizzato, velato di uno stupore malinconico. “Babbo, io ti riconoscerò sempre.” E via che il mio cuore balla la samba. La trovo immediatamente una frase di una bellezza indicibile. Un attimo più tardi, come se mi conoscesse abbastanza da sapere di dover interrompere quel flusso di pensieri e di dovermi riportare a terra, aggiunge: “…dal colore dei capelli.”
Ho riso. Perché é un cucciolo ed é genuino. Ma quella frase mi è rimasta appiccicata addosso. Mi ha subito fatto pensare al verso iniziale di Tears In Heaven, uno dei più delicati mai scritti: “Would you know my name, if I saw you in heaven?” che Clapton ha composto per suo figlio, dopo che è mancato alla stessa età di Oliver. Certo che mi abbatte. Ma il riconoscersi è davvero un pensiero potente. Il riconoscersi, sempre. Chi può dire altrettanto nella vita, se non di un padre? Se non di un figlio?

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