Gli embrioni
Dovevo raggiungere i trentasette anni per rimettere tutto in discussione. La mia visione del mondo, dei rapporti, di me stesso. Almeno venticinque anni di granitiche certezze sbriciolate mese dopo mese in un effetto domino inarrestabile.
Provando a tracciarne una mappa, é desolante osservare ogni tassello abbattere quello successivo e quello successivo ancora. In principio, lo sbigottimento per il vuoto, per quella sagoma riflessa, dai contorni sfocati. Poi, poco a poco, scoprire tra le macerie, di mezzo alla coltre polverosa che segue la demolizione, un paesaggio nuovo. Stordente, irriconoscibile, si staglia il nuovo mondo.
Non é ancora eccitante, come magari trasferirsi in una nuova città: ancora la novità fa paura, ma soprattutto spaventa la prospettiva di non poter tornare indietro. Questo proprio no, il ritorno é escluso. É un embrione di morte e un embrione di rinascita. Perché di fatto non é né l‘una né l’altra cosa. Eppure contiene un poco della tragedia di una fine e un poco della gioia di un inizio. Entrambi così assoluti, entrambi violenti.
Tassello dopo tassello. Famiglia, tassello. Amore, tassello. Tutto cade, tutto si rialza, differente. Come i fiori di una stessa pianta, appassiscono in autunno, rinascono in primavera, sempre uguali, sempre nuovi. O la nave di Teseo. In fondo il punto non è davvero capire quanto di quella nave sia rimasto, ma accettare che, per continuare a navigare, non abbia bisogno di assomigliare a quella che era. E pregare che galleggi, possibilmente. Ma non c’è modo migliore per scoprirlo, che lasciare gli ormeggi. E prendere il largo.
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