Good Time Charlie

“Facciamo sempre la stessa cosa, andiamo in questi paesi, portiamo i nostri ideali, stravolgiamo tutto e poi ce ne andiamo. Ce ne andiamo ogni volta. Abbiamo speso due miliardi di dollari per quella guerra, ora non possiamo spendere un milione per costruire una scuola?”
“Charlie, non frega a nessuno di una scuola in Pakistan.”
“…Afghanistan.”



È un blockbuster hollywoodiano di media statura: cast stellare, build-up che più classico non si può, sarcasmo a effetto, lieto fine. Eppure rimane una storia che rivela molto degli Stati Uniti e del loro approccio alla politica internazionale attraverso i decenni, fino ad oggi. Non per niente, filmetto o no, la regia è di Mike Nichols (Il Laureato, Closer) e la sceneggiatura l’ha firmata Aaron Sorkin (Codice D’Onore, Moneyball), dunque poteva trattarsi di una cagata soltanto fino a un certo punto.

Il film racconta la parabola di un deputato texano, più noto per donne e alcol che per l'attività legislativa, fino a quando nei primi anni '80 non decide di trasformare il suo seggio parlamentare in una leva geopolitica. Stringendo un’improbabile alleanza con l'ereditiera Joanne Herring e il ruvido agente CIA Gust Avrakotos, il protagonista di La guerra di Charlie Wilson (2007) finanzia clandestinamente la resistenza afghana, facendo lievitare gli aiuti segreti fino a centinaia di milioni di dollari per armare i mujaheddin con i letali missili Stinger. Sullo sfondo di una Guerra Fredda culminata con il ritiro sovietico del 1989, il Wilson reale incarnava proprio questo paradosso vivente: un abilissimo manipolatore del bilancio federale, capace di infliggere all'Armata Rossa il suo scacco matto senza immaginare che quel trionfo avrebbe seminato il vuoto di potere da cui sarebbero germogliati i fantasmi del XXI secolo.

“Ce ne andiamo ogni volta.”
È proprio in quella battuta finale - pronunciata da un Tom Hanks a metà tra lo smarrimento e la rassegnazione - che il film svela la sua vera natura di parabola politica. Perché il problema degli Stati Uniti, suggeriscono Sorkin e Nichols, non è mai stato vincere le guerre, ma gestire le paci.
L’operazione Cyclone, la più imponente e costosa azione covert nella storia della CIA, era stata un successo tattico impeccabile: con una spesa irrisoria per gli standard del Pentagono, l’America aveva offerto ai sovietici il loro personale "Vietnam". Ma una volta abbattuto l’ultimo elicottero a Kabul e ammainata la bandiera con la falce e il martello, l’attenzione di Washington si è proiettata altrove. La Cortina di Ferro stava crollando, l’Europa dell’Est andava ridisegnata, la storia - come sosteneva incautamente Fukuyama in quegli anni - era finita.

Chiedere un milione di dollari per ricostruire una scuola a Jalalabad non era una stravaganza umanitaria; era l'unico modo per evitare che le armi seminate nel deserto tornassero indietro come un boomerang. L’America ha preferito risparmiare quell'ultimo spicciolo. E in quel vuoto istituzionale, culturale e materiale non sono nati fiori, ma le madrasa radicali, i signori della guerra e, infine, i Talebani. Visto a vent'anni di distanza, e dopo il disastroso ritiro del 2021, La guerra di Charlie Wilson smette di sembrare una semplice commedia politica per trasformarsi invece nel resoconto dettagliato di una profezia inascoltata.
Oggi - mentre l'Occidente si interroga sui costi del sostegno all'Ucraina o sulla tenuta dei riassetti in Medio Oriente, sempre tentato dalla fretta di girare pagina e dalla riluttanza a gestire il "dopo" - quel dialogo svela tutta la sua attualità. Non era una battuta cinematografica, ma un epitaffio spietato sul prezzo della memoria corta.

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