Grazie di niente
Di Alessandro Di Battista ho sempre pensato che si trattasse dell’elemento politicamente più pericoloso dell’arco costituzionale degli ultimi vent’anni.
Un fascista è un fascista. Un democristiano è un democristiano. Renzi è Renzi. Li conosciamo e li riconosciamo bene. Possono mascherarsi, ma poi alla fine si tradiscono per la loro reale natura.
Di Battista invece è certamente stato il più abile a mescolare le carte ideologiche. È da lui e da lui soltanto che è nata la confusione a sinistra, col suo fare giovane e ribelle, l’attivismo in Sudamerica, la sua partigianeria antifascista; è tramite i suoi riferimenti mutuati dalla sinistra italiana che è avvenuta la grande osmosi in un movimento di complottisti, terrapiattisti, novax, qualunquisti e populisti che ha raschiato voti tra giovani e meno giovani, sfiancati dalla politica immobilista del centro-sinistra.
A differenza dei vari Di Maio, Toninelli, Fico e Taverna, Di Battista sapeva quello che faceva, sin dal primo istante e, per quanto mi riguarda, lo ha fatto in cattiva fede. Gli altri erano scappati di casa raccattati al baretto o, peggio, dai forum online.
A Di Battista, insieme soltanto a pochi altri, dobbiamo davvero il disastro istituzionale dell’ultimo decennio, che ha trovato il proprio culmine nei governi Conte I e II.
Nel film “Bastardi Senza Gloria” di Tarantino, una squadra speciale di soldati ebrei americani andava a caccia di nazisti, incidendo col coltello una svastica nelle fronti delle loro vittime, per evitare che un giorno, finita la guerra, potessero risultare irriconoscibili all’occhio pubblico. Ecco, avessero avuto le fronti abbastanza spaziose, anche ai grillini sarebbe stato opportuno incidere cinque stelle nella pelle, prima che si mescolassero con la loro incompetenza, col loro qualunquismo, con la loro infinita ignoranza nell’arco costituzionale.
Ma Di Battista no. Di Battista ci credeva davvero in quell’orrendo abbaglio che è stato il Movimento di Beppe Grillo. Forse da unico, irriducibile tra le schiere di quella banda di mostri, a rimanere coerente con la base fino all’ultimo istante. Per lui non sarebbe mai stata necessaria la marchiatura a fuoco, perché l’ha portata con fierezza fino all’ultimo giorno tra i banchi della Camera. Va a suo merito? Certamente no. Ma come al solito, nei momenti di difficoltà umana, l’Italia non si limita a mettersi una mano sul cuore (lo faccio anche io, va da sé), ma dimostra la malsana tendenza a beatificare il malato. E questo con Di Battista non deve accadere.
Spiace per la sua condizione di salute, ma teniamo fermi i punti salienti della sua attività politica: soltanto in una dozzina d’anni, l’ascesa e la caduta del Movimento Cinque Stelle si è mangiata una decina abbondante di punti percentuali delle intenzioni di voto a sinistra. A chi dobbiamo questa ignobile frode ideologica? A Luigi Di Maio?
Dunque per favore, pubblicate pure il vostro breve post di solidarietà umana, poi rimettiamo le pedine al loro posto. Specialmente con questo pericolosissimo campo largo alle porte. Se oggi la Meloni è a capo del governo più longevo della storia repubblicana, lo dobbiamo all’operato ambiguo e sconsiderato degli ideologi pionieri del pensiero grillino, che non hanno esitato a governare fianco a fianco dell’estrema destra quando conveniva.
Allora, caro Alessandro, rimettiti presto. Poi torna in Sudamerica a fare volontariato. Grazie di niente.
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