I Maestri
Puntualmente, da quando vivo all’estero, i tedeschi mi chiedono consigli sull’Italia nella pianificazione delle loro prossime ferie. Mi chiedono in particolare consigli da autoctono: i cosiddetti “must-see”, ma anche quelle che noi definiremmo “chicche”. È una richiesta alla quale rispondo sempre con estrema gioia. Amo il mio Paese. Ma è anche una domanda che spesso mi mette in difficoltà, trovandomi a tracciare itinerari impossibili nel breve lasso di tempo che le ferie concedono. Cosa vuoi vedere dell’Italia in una settimana? In dieci giorni? E siccome non voglio nemmeno che le loro vacanze diventino un tour de force - comprensibilmente questi pagani desiderano anche un poco di meritato relax - mi trovo a depennare tappe per me irrinunciabili dalla mappa, col cuore in pezzi. Dunque via Orvieto, via Perugia, la Val D’Orcia rimane una tappa da godersi dal finestrino, Campo Imperatore richiederebbe una manovra da almeno una giornata intera, Castelluccio di Norcia non se ne parla nemmeno, vuoi non metterci le Cinque Terre? allora via il Lago D’Orta, Napoli? per forza! allora via Matera, e via dicendo. Uno stillicidio.
Allora, arriva la domanda di riserva: “Ma se dovessi dire due posti. Due soli posti in Italia che non troveremmo da nessun’altra parte al mondo. Due luoghi assolutamente unici. Quali sarebbero?”
E di fronte a questa domanda mi posso tergere il sudore dalla fronte, perchè so sempre, senza dubbio alcuno cosa rispondere: Venezia e Gibellina. In tutto lo stivale non vi sono due luoghi, più di questi due, che rappresentino l’Italia, tra passato e modernità. Venezia, che non ha bisogno di presentazioni né di grosse spiegazioni, e la città più giovane, più incredibile e assurda, scenografica e alienante di tutte: la città del Grande Miracolo. Gibellina, abbarbicata sulla Valle del Belice, così avulsa da qualisasi altro contesto storico-artistico italiano, eretta sulle macerie per una Civiltà Nuova. O almeno questo era il sogno. Questa era la visione di Corrao e di chi, insieme a lui, credette in una società civile che soltanto nell’arte e con l’arte avrebbe potuto rinascere.
“I Maestri di Gibellina” avrebbero potuto essere per Camarrone i Burri, i Consagra, i Palladino, i Pomodoro. Invece la magia di questo libro inchiesta sta proprio nell’incontro con gli artigiani che quelle visioni artistiche, quei disegni, li hanno eretti con le loro mani e regalati al mondo.
È la storia di un tempo distante in cui gli artisti erano influencer veri, mobilitavano masse e dibattito, con la loro opera smuovevano coscienze e facevano tremare la politica. E l’artigiano era un servitore di quell’arte, portato in palmo di mano per la sua conoscenza, in una danza appassionata di creazione, nella quale non si sentiva mai secondo al Grande Artista.
È la storia di un entusiasmo che nasceva dal basso, di palpitante solidarietà umana che non durava il tempo di un post, ma che conosceva la progettualità di un mondo migliore. Che sapeva guardare alla collettività come un individuo solo, armonico e ardente.
Camarrone sa che per restituire quel momento storico, il racconto doveva prendere le sembianze dei cittadini di Gibellina, i diseredati, i profughi, i redivivi.
Nella sua brevità, “I Maestri di Gibellina” è un affresco dello spirito italiano, creativo e tenace, del suo talento nel far vibrare bellezza anche dalle macerie di un terremoto. La capacità innata di immaginare una cattedrale tra i detriti di un rudere. E rinascere ancora. Quando tutto sembra perso.
Venezia e Gibellina, agli angoli apposti del Paese, tracciano una linea lunga milleseicento anni e che racconta la medesima capacità di visione: da una laguna un impero, da un terremoto la vita. Ancora e una volta ancora, come sempre, attraverso l’arte. In mezzo a quella linea: l’Italia.
E no, non vi basta una settimana per capirla.
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