Il buon giallo

Un giallo ben congegnato ha, più di ogni altro genere, il dono di un ritmo oscillante. Nessuno meglio del buon giallista sa quando accelerare e quando frenare, quando dilatare e quando contrarre. Per il cinema (in questo caso faremmo riferimento al thriller) si annovera naturalmente Hitchcock in quanto “maestro della suspense”, proprio per quella straordinaria capacità di saper tenere lo spettatore col fiato sospeso, conducendolo su una montagna russa di spinte e ostacoli che lo inchiodano al seggiolino, stordendolo di artifici scenici senza pari.

Ma é forse nel Versprechen (“La Promessa” per Adelphi) di Friedrich Dürrenmatt che le variazioni di ritmo vengono sublimate in uno schema inedito. È infatti soltanto in conclusione di un racconto temporalmente lineare, in cui è l’attesa più che l’azione a farla da padrona (ricordando a tratti il passo strascicato del Deserto dei Tartari), che Dürrenmatt decide di ritardare violentemente il tempo della narrazione. Diversamente dalle strutture più classiche del genere, in cui il finale rivelatore viene da ultimo spiattellato con un flusso di coscienza (spesso una confessione) che rimette ordine a un racconto frammentato, Dürrenmatt decide di infarcire un romanzo fin qui pulitissimo, essenziale, compatto, con un monologo ricco di dettagli farneticanti e apparentemente insignificanti. Urticanti, perfino. Ed è nella scelta di infastidire proprio in ultima battuta il lettore, piuttosto che soddisfarlo, che risiede la grandezza dell’autore svizzero, che non a caso ha sottotitolato la sua opera “Un requiem per il romanzo giallo”; più filosoficamente per il sovvertimento della logica di genere (la realtà è dominata dal caso e non dalla logica deduttiva, sostiene), ma nondimeno per la reinvenzione della partitura narrativa, che viene stravolta fin nell’ultimo rigo.

La Promessa è un’immersione trascinante nella mania e nell’incubo, anche alla terza rilettura. Il sovvertimento plateale delle logiche di genere davvero permette di assaporare questo romanzo ogni volta da principio, lasciandosi ingannare ancora e ancora dalle aspettative più naturali cui il cinema in primis ci ha abituati. Questo può il libro, più del film: nessun regista sano di mente oserebbe mai concludere un thriller con l’infinito vaneggiamento privo di capo né di coda di un anziano che, peraltro, incontriamo qui per la prima volta. Dürrenmatt, nella sua infinita antipatia, può. Perché rimane fedele fino in fondo alla sua tesi per la quale la realtà non segue alcuno schema investigativo, ma fornisce le più inattese soluzioni infischiandosene di qualsiasi convenzione.
Che detto così sembra un pensiero elementare. Ma nel 1958 questo semplice assunto andava a reinventare daccapo un genere che da tempo ormai si dava per saturo. Bisogna essere sfrontati oppure dei palloni gonfiati. Altrimenti bisogna essere Friedrich Dürrenmatt. Che, per nostra fortuna, era entrambi.

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