Il canto dell'allodola
Nel 2014 usciva The Monuments Men, un soggetto stupendo (ispirato a una storia vera: un gruppo di esperti d'arte alleati si unisce in una missione speciale per recuperare i capolavori rubati dai nazisti e proteggere il patrimonio culturale dell'umanità dalla distruzione del secondo conflitto mondiale) con una resa hollywoodiana poverissima. I soliti ignoti, ovviamente: George Clooney, Matt Damon, Cate Blanchett, Jean Dujardin, John Goodman e Bill Murray.
Proprio Bill Murray, che nel film interpretava un ruolo da co-protagonista (Robert K. Posey, architetto americano che scoprì migliaia di capolavori nascosti dai nazisti, tra cui la Madonna di Bruges di Michelangelo), durante la promozione del film regalò alla stampa un momento di particolare bellezza e grazia.
Come spesso accade in queste occasioni, le domande dei giornalisti sanno risultare estremamente ampie e generiche. Di conseguenza anche le risposte del cast possono rivelarsi per la stessa minestrina riscaldata e infarcita di retorica.
"Puoi indicarci un momento della tua vita in cui l'arte ha avuto un impatto reale su di te o ha fatto la differenza?" gli domanda il giornalista, ripetendo la battuta di un copione già sentito mille volte.
Col suo caratteristico sguardo da cane bastonato che lo ha reso iconico in tutto il mondo, Bill Murray decide invece di spiazzare la sala con una confessione di rara intimità e che fornisce uno sguardo profondo nelle tribolazioni dell’attore, quando - come spesso accade nelle biografie del mestiere - agli albori della carriera la vita si presenta come un gigantesco punto di domanda e il mondo pare vacillare a ogni passo, spalancando le porte dell’abisso.
“Ricordo una delle mie prime esperienze sul palco. Andò così male che, quando finii, uscii e mi misi semplicemente a camminare per strada. Camminai per un paio d’ore. A un certo punto mi resi conto che stavo andando nella direzione sbagliata. Non solo nella direzione sbagliata rispetto a casa mia… ma nella direzione sbagliata se volevo restare vivo.
Pensai: Se devo morire, tanto vale andare verso il lago e galleggiare un po’.
Così camminai verso il lago Michigan, lungo Michigan Avenue, e finii davanti all’Art Institute. Entrai dentro.
Lì c’era un dipinto di una ragazza che lavora in un campo, con il sole che sorge dietro di lei. Ho sempre amato quel quadro. Si chiama “The Song of the Lark” - Il Canto dell’Allodola.
Lo guardai e pensai:
Ecco una ragazza che non sembra avere grandi prospettive, ma il sole sta sorgendo… e ha un’altra possibilità.
E allora pensai: Anch’io sono una persona. Anche io avrò un’altra possibilità. Ogni singolo giorno.”
L’attore lavora col corpo e ce ne vogliono di anni prima che di quel corpo si senta padrone, prima che sviluppi una coscienza compiuta non soltanto delle sue capacità, ma anche dei suoi limiti. Nondimeno l’attore lavora con la mente, con la sensibilità, con l’emotività. E per questi strumenti vale quanto detto per il corpo, e qualcosina in più. Un rifiuto, in giovane età, diventa facilmente un rifiuto verso il proprio corpo, verso le proprie capacità. Ci sono lunghi mesi in cui il telefono non squilla. Poi finalmente arriva un’offerta, un provino, un film, uno spettacolo. E allora su questa offerta viene riversata ogni aspettativa. Il mondo dello spettacolo è poi popolato da figure eccentriche, ed è spesso dominato da invidie e gelosie.
Un giovane attore presto può vacillare e perdere la bussola, financo l’autostima e la fiducia nelle proprie capacità.
Il racconto di Bill Murray è una testimonianza onestissima delle ombre più oscure che dominano un mestiere nel quale, nel migliore dei casi, trova il successo - talvolta modesto - un attore su mille.
Gli attori piangono e si emozionano e ringraziano l’universo mondo quando ricevono un Oscar. In buona parte non per posa, ma perché in cuor loro ben sanno quanto è stato lungo il percorso che li ha condotti a quel momento, quanto è stato incerto, di quale senso di sconforto e di solitudine è costellato.
Di mezzo ai begli abiti firmati, ai riflettori, ai sorrisi bianchissimi, rimane il ricordo delle ombre. E delle luci improvvise. Come un sole infuocato che sorge, timido, all’orizzonte, quando nulla sembra avere più senso. Infine, è giorno.
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