In petto, a sinistra

Secondo set, secondo tie break. Questa volta è sotto per 0-4. Continua a fare quello che ha fatto fino a ora, ma meglio. Mette a segno sette punti consecutivi e si porta a casa il suo primo Indian Wells.
Mentalità? Freddezza? Certo. Ha una testa questo ragazzo che non finisce più di stupire. Ma il campione mette immediatamente in chiaro che non è con la testa che si è portato a casa il torneo. È Musetti che esulta portandosi l’indice alla tempia: le vittorie le conquista con la concentrazione. Berrettini si indica il bicipite: lui vince con la forza dei suoi passanti. Sinner no. O meglio: anche.
Schiaffato in incrocio il decisivo missile di risposta, Jannik si volta verso il suo angolo e si preme il dito sul cuore. Questo trofeo l’ha conquistato con quello.
Lui che viene sempre descritto dalla stampa e dai social media - puntualmente ricorrendo a tutti i cliché del muntagnin - come glaciale, come impassibile, di imperscrutabile inalterabilità, con un solo gesto mette in chiaro le cose come stanno: non si vincono partite come questa né con la sola forza fisica, né con quella mentale. Ci vuole cuore.
C’è un detto tra i podisti che affrontano il gran fondo: nella maratona i primi trenta chilometri si corrono con le gambe, i successivi dieci con la testa, gli ultimi due chilometri e centonovantacinque metri con il cuore.
L’abilità tecnica e una mentalità granitica ti accompagnano alla soglia. L’ultima spinta, quella la trascina il muscolo cavo, in petto, a sinistra. Eccolo, il campione completo. Di nuovo, e ancora una volta: giù il cappello.

parole: 266

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Una robetta da nulla