Il lavoro ed io

Non è questo il momento, ma dovrò cominciare a scrivere in maniera più dettagliata di quello che sta cambiando nel mio rapporto con il lavoro. È una settimana ormai che sono offline; certo non è una vacanza, ma in qualsiasi circostanza, fino a poco tempo fa avrei fremuto per rimettermi davanti al computer. Mi piaceva il mio lavoro. O quantomeno mi appassionava. Ora è diventato davvero sacrificabile. Il mio timore è che il prossimo passo sia detestarlo e vorrei non accadesse, fino a quando si tratta del mio unico piano. Soprattutto perché sto lavorando ad accettare le cose della vita con semplicità. Vorrei raccoglierne almeno brevemente i frutti.
Però ecco, tant’è. Domani devo rientrare e non ne ho alcuna voglia. Non lavorare questa settimana è stata una manna. Forse davvero dovrei imparare anche a prendere ferie più spesso. A godermi gli stacchi per ritornare alla mia postazione con energie rinnovate. Invece poi temo che si tratti soprattutto del mestiere in sé, così anacronistico in ogni suo aspetto rispetto ai miei valori, al tempo che viviamo, alle sfide del mondo. Così sciocco. Così superfluo. E a questo, mi pare, non c’è agenzia che offra riparo.
Forse davvero sarà arrivato il tempo di trovare un ripiego. Certo io fatico ad accontentarmi, è anche nella mia natura. Ma dieci anni di mestiere cominciano ad essere un buon tempo per misurare il piacere di quello che faccio. O no?

parole: 234

Indietro
Indietro

La vita quaggiù

Avanti
Avanti

Lo Zar