Inesorabilmente, eterni

Memorie di Adriano me l’aveva regalato Özpetek al primo anno di Centro Sperimentale. Era venuto a tenere una lezione e io l’avevo provocato in modo sciocco e plateale. Sicomme si tratta di una persona intelligente, oltre che sensibile, alla fine dell’incontro mi invitò a pranzo la domenica seguente.

Mi portò a visitare la galleria prospettica del Borromini, nel cortile del Palazzo Spada, poi andammo a mangiare una pizza in Campo de’ Fiori. Parlammo di arte e di cinema, mi raccontò dei suoi inizi come aiuto regista e del suo rapporto con Elio Petri. Con quegli occhi scuri e buoni non mi diede mai l’idea che i suoi aneddoti fossero mossi da auto compiacimento. Lui era Ferzan Özpetek e io uno studente di cinema al primo anno: era chiaro che volesse restituire un poco della fortuna che aveva avuto nel ricevere tempo e attenzione dai grandi maestri che aveva incontrato alla mia età.

Mi diede alcuni consigli (“Tagliati la barba!”) e mi regalò una copia del libro della Yourcenar, con una bella dedica. Mai avrei pensato di meritare tanta attenzione da parte di uno dei registi più in vista del nostro cinema. Capitò poi di scambiarci qualche altro messaggio e in seguito non ci furono altre occasioni di incontrarci.

Tornato ieri sera dall’ospedale e non riuscendo a dormire, mi sono messo a scorrere la grande libreria a muro dei miei. Istintivamente quella copia di Memorie di Adriano mi è cascata all’occhio. Non so come sia finita in Toscana. Dentro era ancora ben conservata la dedica di Ferzan e in fondo ho trovato il biglietto di ingresso alla Galleria Spada, che avevo usato come segnalibro. 18 giugno 2011. Mannaggia, una vita fa. Rileggo il primo capitolo in aeroporto.

Adriano scrive al nipote Marco (Aurelio, suo successore) una lunga lettera di lascito filosofico e politico, che vive nella forma del memoir storico. Una guida al futuro imperatore sull’amministrazione di quella che era lRoma alla sua massima espansione. Perché lo fa? Perché Adriano sta morendo. Una grave insufficienza cardiaca e respiratoria gli annuncia una fine imminente: “Il mio margine di incertezza non si estende più su anni, ma su mesi”. Il suo è dunque - anche - un addio.

"Dire che ho i giorni contati non significa nulla; è stato sempre cosí; è cosí per noi tutti. Ma l'incertezza del luogo, del tempo, e del modo, che ci impedisce di distinguere chiaramente quel fine verso il quale procediamo senza tregua, diminuisce per me col progredire della mia malattia mortale. Chiunque può morire da un momento all'altro, ma chi è malato sa che tra dieci anni non ci sarà piú. Le probabilità che io finisca per una pugnalata al cuore o per una caduta da cavallo diventano quanto mai remote."

Mi era sempre risultata oscura la ragione per la quale Özpetek avesse scelto di regalarmi proprio quel libro. Quindici anni dopo, dall’angolo più polveroso di un'affollata libreria, affiora con abbacinante puntualitá in mio sostegno. Sono coincidenze, o quello che i libri tendono a fare: rispettare gli appuntamenti inattesi. E nel ciclo infinito delle cose, un addio si consuma nella distanza tra un ricordo e un rimpianto. Inesorabilmente, eterni.

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