La Grande Scoperta

Man mano che passavano gli anni ho cominciato a pensare di aver perso l’entusiasmo per ciò che ho sempre amato. Il cinema sopra tutti. Banalmente mi sembrava di non vedere più bei film. In parte è vero: si producono più film, meno belli - ma c’è dell’altro. E l’ho capito soltanto un paio di giorni fa.

Di recente mi capitava ancora di raccontare come tempo fa guardassi interi film in piedi. Strabiliato dalla bellezza di certe pellicole mi risultava impossibile goderne in comodità, come una sentinella che all’erta volesse impedire il trafugamento di materiale prezioso. Non lo dico per farmi bello - chi ne ha bisogno ormai - ma per rendere l’idea di quanto sia stato doloroso poi subire un digiuno forzato, lungo anni, di simili emozioni.

“Non era tutto meglio prima: eri tu che eri giovane,” mi é capitato di suggerire ai miei, durante una discussione sulla complessità dei tempi che viviamo.

Vale per loro, è vero, ma comincia a valere anche per me. Volente o nolente.

Sarà anche vero che si producono meno film belli, ma é anche vero che io quei film spaziali un tempo li guardavo in piedi, perché infilavo cent’anni di capolavori cinematografici uno dopo l’altro.

Proprio non avevo mai visto gli Antonioni, i Petri, i Monicelli, i Truffaut, i Kieslowski, i Polanski, i Von Trier, i Herzog. E li guardavo tutti per la prima volta, tutti insieme. É ragionevole che poi, una volta esauriti, tutto risulti insapore.

É doloroso. É frustrante. Ma l’altra sera ho scoperto anche un’altra cosa: quando poi finalmente esce un film strabiliante, di nuovo, dopo anni, il cuore fa un balzo come non avrei potuto neanche immaginare negli anni della Grande Scoperta. La sentinella scatta nuovamente in piedi, sospinta con un cigolo dalla sua molla arrugginita, e tutto si muove. Ancora.

Che dire. Pochissimo. Perché non é un film che va spiegato o commentato. Va visto. Quindi vado spedito:

Hamnet é un film sulla perdita. La prova di Jessie Buckley rimarrà necessariamente nei manuali di cinema e di recitazione. É una pellicola con cuore, tantissimo cuore.

Il cinema é un’arte corale: le figure coinvolte sono decine. Un film così ben riuscito é un allineamento di decine di pianeti. É tecnica, ma é anche fortuna. É scelta, ma é anche caso. E in Hamnet ogni tassello é entrato senza sforzo nel proprio posto.

Non l’ho guardato in piedi, perché ero in sala e mi avrebbero picchiato. Sono rimasto seduto e silenziosamente ho consumato tutte le mie lacrime. Non capitava dal 2016: Juste la fin du monde, di Xavier Dolan.

Dieci anni. Lunghissimi. Ma senza questa attesa, una manciata di ore fa, non avrei riscoperto uno dei più grandi amori della mia vita. Il Cinema. Sempre così raro, sempre più prezioso.

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