La più strana somiglianza
Davvero non mi piaccio, così. O meglio: mi preferivo ieri mattina. Però c’è quella foto che continua a ingannarmi. Scattata al momento di uscire dal barbiere, rubata dallo specchio che ha testimoniato la mia metamorfosi. Qualcosa che mi ha fatto dire “però”. È nella struttura che incornicia gli occhi e il naso, nell’area periorale, nel solco sghembo delle labbra, e nel terzo superiore, fino all’attaccatura dei capelli.
Di tutte le somiglianze che potrei avere considerato nell’arco di una vita, questa è quella più stupefacente. Eppure una volta scorta, non riesco più a rimuoverla dalla mente. Le rughe nasolabiali suono sue, le stesse delle foto posate che gli scattavano al lavoro; la fronte ampia, che si apre in uno squarcio diagonale - roba sua. Potrei pensare che sono un riflesso di mia madre, gli elementi ci sono tutti, ma l’impronta mascolina non lascia scampo a incertezze: sono frazioni di nonno.
Questo spiega inoltre perché, contro ogni logica, io mi sia percepito immediatamente più anziano di quanto non lo fossi con una barba lunga dieci centimetri. Quattro mesi sono trascorsi da quando ci ha lasciati e soltanto oggi, come disseppellendo un tesoro, scopro che nascondevo nel volto tracce del suo passaggio.
Non mi fa sentire in nessuna maniera particolare, non felice, non triste. Soltanto sorpreso. Come chi si imbatte in un vecchio amico perduto e ci ritrova dentro la propria gioventù. Credo si riduca in buona parte a questo, la vecchiaia: scoprire, radendosi, di somigliare al proprio nonno. E pregare che riguardi esclusivamente l’aspetto fisico.
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