La scelta di Hedda

Quali sono i momenti che cambiano una vita? Alcuni non dipendono da noi, altri sono frutto di decisioni. Alcuni, pur non dipendendo da noi, li accettiamo (o non possiamo far altro che accettarli), altri - pur sfuggendo al nostro controllo - li resistiamo. Ci sono decisioni che incidono in modo determinante sul nostro percorso, talvolta le prendiamo in modo ponderato, altre di istinto. Di alcuni ci pentiamo, di altri andiamo orgogliosi.
La vita, infondo, evolve senza consenso.

Ma la scelta rimane un privilegio. La possibilità, per quanto remota, di incidere sulla propria vita è e rimane una concessione arbitraria del destino. Il luogo di nascita (spesso anche soltanto il codice postale), il genere, il colore della pelle, l’aspetto. Essere troppo bassi o troppo alti; nascere brutti - o non belli secondo i canoni dominanti - determina l’accesso a una gamma di opportunità.

Hedda Gabler soltanto nella scelta trova una scintilla di bellezza. La sua esistenza buia solo nel suicidio del vecchio amante Løvborg riconosce un moto vitale. Che qualcuno possa compiere un gesto tanto coraggioso, una scelta tanto netta, fende le tenebre del suo cinismo e la riconnette con una sorta di armonia naturale, in cui la rinuncia alla vita rappresenta il più alto gradino al quale ambire nella lunga ascesa alla libertà.
Sebbene Ibsen si sia verosimilmente sforzato di mettere in scena un personaggio truce, Hedda sembra l’unica in tutta l’opera a rendersi conto del privilegio del quale ognuno di noi altrimenti gode con ignavia. Squarciato il velo della noia, la morte le appare come l’unico moto davvero vitale. Ed è qui che risiede la tragedia: senza la consapevolezza del privilegio, la vita è consumata con oscena remissività - le scelte che si compiono sono fragili e manipolabili. La morte, quella richiede una forza individuale che trascende ogni limite circostanziale. La morte è accessibile a tutti, democratica, e dunque eccitante.
E dunque, se la vita evolve senza consenso, porvi fine è lo strumento ultimo di emancipazione. Un’emancipazione della quale, almeno una volta nella sua esistenza, Hedda vuole essere essere l’unica protagonista.
Non male per un testo del 1890.

parole: 348

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Privo del valore culturale necessario