L’effetto speciale

Gli elementi principali che definiscono il concetto di progresso si impegnano, in sintesi, a rimuovere attrito. A rendere i processi e le esperienze più semplici, più immediate, più comode. Semplificazione dunque, efficienza, accessibilità, sicurezza e autonomia (quest’ultima oggi all’ordine del giorno).

La comodità ha giocato un ruolo cruciale nello sviluppo dell’intrattenimento, sia sul piano concettuale (la rimozione della complessità dei contenuti), sia sul piano della fruizione: per intenderci, fino a un secolo fa per “intrattenersi” si leggeva, certo, ma per vivere un’esperienza di intrattenimento immersiva si prendeva una carrozza, si indossava il proprio abito migliore, e si andava a vedere l’opera. Si impiegavano dei cosiddetti “entry price” onerosi sul piano sia economico, sia per impegno di risorse temporali.

Il desiderio di comodità ha progressivamente rimosso le faticose trasferte in luoghi fisici di intrattenimento, spingendoci tra le pareti domestiche, fino a un’accessibilità intima e diretta sugli schermi dei nostri telefoni.
É interessante notare poi, come il concetto di “effetto speciale”, da immersivo (principalmente sul piano acustico e visivo) abbia rapidamente perso il suo significato. Gli effetti speciali non hanno più alcun rilievo perché sono entrati nella norma del nostro consumo di intrattenimento.

In questo scenario, cos’è diventato dunque un “effetto speciale”? O meglio: se l’effetto speciale rappresentava il momento in cui la tecnologia diventava emozione, quando, oggi, possiamo considerarlo un vero e proprio dispositivo che interrompe la normalità e genera meraviglia? Di certo lo smartphone, nonostante le sue capacità esplosive e stordenti, nella sua ristrettezza fisica non può offrire questa possibilità.

L’effetto speciale, per sua natura (lo abbiamo appunto definito un “dispositivo”) necessita di spazio. La sala cinematografica, ad esempio (e su tutti probabilmente), può ancora offrire quell’amplificazione della realtà. Ma anche il teatro. La sala sinfonica. L’opera, anche.

La comodità, di fatto, ci ha fregato la meraviglia. L’intrattenimento, nella sua feroce corsa all’inseguimento del comfort, ha reso lo straordinario tragicamente ordinario.

Non stupisce dunque che l’offerta del Babylon di Berlino colga oggi l’immaginario di un pubblico avvizzito, trasformandolo in uno stupore che soltanto una vera macchina del tempo può offrire.
Al Babylon, cinema modernista inaugurato nel 1929 e sopravvissuto a guerre, divisioni e riunificazioni, il tempo non è nostalgia ma pratica viva: è l’ultima sala al mondo con un’orchestra residente che accompagna ogni settimana i film muti in diretta. Qui l’effetto speciale non è un filtro digitale, ma l’aria che vibra tra palco e schermo.

Ho avuto il privilegio di assistere, a distanza di pochi giorni, a due esibizioni: “Tempi Moderni” di Chaplin e “Nosferatu” di Murnau. E ne sono uscito, da cinefilo, radicalmente trasformato. In particolare per quanto riguarda proprio la mia percezione di quello che ormai mi ero rassegnato a definire appunto “effetto speciale”.
Perché in quella sala ho capito che l’effetto speciale non coincide con l’eccesso, ma con la presenza.

In “Tempi Moderni”, la partitura non accompagnava semplicemente l’immagine: la completava. Ogni gesto di Chaplin e della Goddard trovavano un contrappunto fisico, ogni movimento aveva un peso acustico reale. La gag non era più soltanto visiva, ma era ritmica, corporea. Si percepiva lo sforzo dei musicisti, il respiro collettivo, il tempo condiviso. L’effetto non era “aggiunto”: era generato in medias res, davanti a noi, nell’attrito tra arco e corda.

Con “Nosferatu”, poi, l’esperienza ha assunto una dimensione quasi archeologica. L’ombra di Orlok non era soltanto un’immagine iconica della storia del cinema: era una presenza amplificata dal suono vivo, dall’aria compressa dagli ottoni, dai silenzi improvvisi che dilatavano la sala. In quel momento ho compreso che l’effetto speciale non è ciò che stupisce per quantità, ma ciò che altera la percezione del tempo.

Se il progresso si è dunque impegnato a rimuovere l’attrito, l’effetto speciale autentico sembra invece richiederlo.
Richiede attesa. Richiede concentrazione. Richiede uno spazio che non sia tascabile, ma abitabile.
Al Babylon l’innovazione non consiste nell’aggiungere tecnologia, ma nel ripristinare la condizione per cui la tecnica non è invisibile, bensì esposta, vulnerabile, umana. L’orchestra diventa parte dell’immagine, e l’immagine parte dell’orchestra. Non c’è compressione, non c’è buffering, non c’è replica identica. Ogni esecuzione è un evento irripetibile.

In un’epoca in cui l’intrattenimento si è fatto personale, portatile, individuale, al Babylon (e soltanto qui, in questi termini) l’esperienza torna a essere collettiva. Il buio non isola: unisce. Il silenzio non è vuoto: è tensione condivisa.

Ho dunque capito, nel modo più tangibile possibile, che la comodità non ha ucciso la meraviglia. L’ha soltanto dislocata.
L’effetto speciale sopravvive dove esiste ancora uno scarto tra ciò che è previsto e ciò che accade davvero. Dove la tecnologia non si limita a funzionare, ma rischia. Dove lo spazio non è supporto, ma condizione.

E in quella sala del 1929, tra velluti, stucchi e strumenti accordati a vista, ho avuto la sensazione paradossale che il futuro dell’intrattenimento non sia nella miniaturizzazione infinita, ma nella sua espansione. Non nell’eliminazione dell’attrito, ma nella sua orchestrazione.

Forse il vero effetto speciale, oggi, è tornare a concedere alla meraviglia lo spazio che merita. E magari, dio non voglia, potrebbe trattarsi della sua ultima possibilità di salvezza.

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