Oltre le favole
Una delle ingiustizie del Covid, come immagino di ogni epidemia, fu quella di colpire chi avesse meno disponibilità economica. Chi possedeva una grande casa, autonoma, e la possibilità di ritirarvisi in ogni comfort, corse certamente meno rischi di contagio. Per non parlare dei mezzi per curarsi in privato, piuttosto che farsi parcheggiare in corsia durante il collasso del sistema sanitario.
Per questo sono poche le celebrità ad aver perso la vita durante i mesi più feroci del 2020, con pochissime eccezioni. Tra queste ci fu una tra le persone che più di ogni altra avrei desiderato invecchiasse ben oltre i suoi 71 anni. Sia per la sua storia personale e il suo impegno politico, sia per la sua meravigliosa bibliografia che ha fatto viaggiare l’immaginazione di generazioni intere di giovani lettori. Parlo del grande Luis Sepúlveda: nella guardia personale di Salvador Allende da giovane militante, autore di alcuni libri tra i più belli e delicati per l’infanzia e per ragazzi mai scritti.
La sua scomparsa aveva sicuramente intristito i più per titoli come “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” (1996), “Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza” (2013) oppure “Storia di una balena bianca raccontata da lei stessa” (2018 - tutti per Guanda).
Ma Sepúlveda non ha scritto soltanto per ragazzi, anzi. Tra i suoi titoli più commoventi e avventurosi sarebbe un torto non ricordare “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore” (1989), “Patagonia Express” (1995) e, tra gli altri, “Il mondo alla fine de mondo” (1989). Testi di spessore politico in senso lato, che si sforzano di trovare e di restituire un respiro, uno sguardo sul mondo, spingendosi oltre le circostanze più desolanti del mondo.
Ma c’è dell’altro. O meglio: ce n’è un altro. Un romanzo, brevissimo, che prende una netta distanza dagli altri del repertorio di Sepúlveda, con distacco quasi violento. Si tratta di “Diario di un killer sentimentale” (1996) e per gli amanti dell’autore cileno è una doccia fredda mica male, per stile e linguaggio.
Il romanzo racconta la storia di un sicario professionista, metodico e senza scrupoli, che accetta un ultimo incarico prima di raggiungere la donna che ama a Madrid; ma un imprevisto, in tutto e per tutto banale, incrina il suo piano perfetto e lo costringe a confrontarsi con una vulnerabilità che credeva di non possedere.
È un libro completamente diverso dal resto del suo repertorio perché abbandona l’epica civile e il respiro politico per chiudersi in una voce fredda, urbana, quasi claustrofobica. Niente foreste amazzoniche, niente Patagonia, niente allegorie luminose affidate ad animali o a vecchi sognatori: qui c’è una città senza nome, una morale sospesa, un protagonista che vive di regole tecniche e non di ideali.
Eppure, proprio dentro quella secchezza narrativa, Sepúlveda compie uno scarto radicale: sostituisce l’eroe romantico con un antieroe minimalista, asciuga la lingua fino al cinismo e mette in scena un conflitto interiore intimo e quasi ridicolo nella sua sproporzione: un killer spietato che si scopre dipendente da un sentimento elementare.
È forse il suo romanzo più disilluso, il meno “sepulvediano” in superficie, ma non per questo il meno umano. Anzi.
Però ecco, leggendolo è davvero difficile combinare l’idea della mano narrante con la stessa che ha composto la Gabbianella. Ed è il suo bello. Perché è la riprova - ce ne fosse bisogno - che i grandi non hanno uno stile vincolante, ma sanno spaziare tra generi e linguaggio, con libertà sconfinata. Ed è proprio per questo la loro assenza poi si fa assordante: perché andandosene portano via con sé anche un po’ della libertà che ci hanno regalato.
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