Lettera di una sconosciuta
Ci sono amori grandi, troppi grandi, ingombranti a tal punto da fare il giro di boa e trasformarsi in grottesco feticismo dell’amore, in abominio dell’amore. Sono storie di individuale tragedia, di luttuoso Sturm und Drang ingiustificabilmente fuori dal tempo, di psicosi covate nella propria solitudine, di tormento letterario al limite del credibile.
Una di queste compatte testimonianze di disperazione l’ha compilata Stefan Zweig con la sua “Lettera di una Sconosciuta”. Una storia che, a prenderla sul serio, fa male. Talmente naturale nel suo torrenziale formato, da assorbire il lettore dalla prima all’ultima pagina.
Un uomo facoltoso il giorno del suo quarantesimo compleanno riceve una lettera con l’intestazione «A te, che mai mi hai conosciuta».
Quando lui leggerà quelle righe, lei sarà già morta, motivo per il quale, con le sue ultime forze, la misteriosa autrice ha scelto di condividergli l’intimo segreto della sua vita. Un segreto che ha custodito fino a quel giorno e che vede l’uomo, lui solo, sedere sul banco degli imputati di una passione mai corrisposta, poi conclusasi in tragedia.
Ma é il genere maschile - di allora come in parte anche attuale - a venire descritto tra le righe come il privilegiato soggetto di una leggerezza del vivere che alle donne é preclusa. L’uomo ignaro per scelta e per immunità sociale, cui spetta per diritto una gaiezza spietata, adagiato sul piedistallo del suo tempo, meritevole soltanto dell’adorazione femminile. Ed é proprio quella sua levità a rendere la lettura della Lettera ancora più tetra e dolorosa, poiché é l’autrice stessa a scagionare l’amore della sua vita a ogni pagina, per preservarlo da un dolore del quale lei é incapace di incolparlo.
Una pecca soltanto, dal mio personalissimo punto di vista, il racconto la compie spendendo due pagine di troppo, una in principio e l’altra in conclusione, per abbozzare la cornice del lettore. É del tutto innecessaria e mi é rimasta incollata durante la lettura. Come certi film huis clos (“Carnage”, tra gli altri) che si ostinano a voler dare uno sguardo di troppo al di fuori di un racconto che assorbe proprio per la sua forma claustrofobica.
Poi vorrò mica insegnare io a Zweig come si scrive, per l’amor del cielo. Mi son speso il mio gettone di commento a un’opera - quasi- perfetta.
parole: 376