L’osceno, 1984

A ben vedere, la linea di demarcazione tra il regime dipinto da Orwell e gli Stati Uniti di Trump, si fa di settimana in settimana più esigua. L’elemento tuttavia che con sproporzione mantiene i due mondi distinti, è la normalità con la quale i feticismi morali vengono perpetrati. Se nel sistema politico orwelliano infatti - come in molte delle autocrazie novecentesche - il potere è onnipresente ma osceno (nel senso etimologico del termine: ob-skené, ovvero di ciò che deve restare esterno alla scena), nell’America di Trump è sdoganato, alzando ogni giorno l’asticella del detto fino all’inverosimile e al ridicolo. Un fenomeno che tristemente ormai è preso in prestito dalle destre europee, le quali nascondendosi dietro alla retorica del “non si può più dire niente”, ormai si permettono di dire ciò che soltanto fino a ieri risultava impensabile.
Quello dell’oscenità è un elemento chiave per visualizzare il ponte che collega la trasformazione della comunicazione politica affrescata in 1984 (che, non a caso, è un romanzo del 1949) e quella cui siamo soggetti oggi in Occidente. Nondimeno risulta interessante assistervi a teatro e, in particolare, nella produzione della Berliner Ensemble la quale, fedele alla scuola brechtiana, rinuncia tradizionalmente alle quinte, lasciando gli attori in scena per l’intera durata della rappresentazione, intervallo compreso. Il potere è dunque non solo pervasivo, ma continuamente manifesto e palese, senza più sentire la necessità di imbastire qualsivoglia orpello mimetico.
Nella bellissima scena dei Cento Passi di Marco Tullio Giordana, in cui Lo Cascio e Gioè osservano dal Monte Pecoraro la costruzione della nuova pista del Punta Raisi, Impastato diceva: “Infondo le cose, anche le peggiori, una volta fatte poi trovano una logica, una giustificazione per il solo fatto di esistere. Fanno ‘ste case schifose, con le finestre di alluminio, i balconcini, senza intonaco, i muri di mattoni vivi; la gente ci va ad abitare, ci mette le tendine, i gerani, la biancheria appesa, la televisione, e dopo un po’ tutto fa parte del paesaggio, c’è, esiste. Nessuno si ricorda più di com’era prima. Non ci vuole niente a distruggerla la bellezza.”
Allo stesso modo il lessico politico si è imbarbarito rapidamente, giustificandosi proprio e soltanto per il fatto di essere stato pronunciato. E davvero nessuno ricorda più com’era prima, quando nessuno osava pubblicamente dirsi fascista, quando nessuno osava pubblicamente rimpiangere Mussolini, quando nessuno osava pubblicamente augurarsi che dei disperati annegassero in mare. Ora c’è. Esiste. L’aberrazione non è più oscena, ma in bella mostra, accecante, strillata.
Il monito di Orwell era proprio questo: nel tempo in cui scrivo, il controllo è nascosto, osceno, ma presto sarà un occhio onnipresente e onnisciente che si affaccerà sulle nostre vite in ogni loro aspetto.
Così l’appartamento nel quale Winston e Julia consumano il loro amore al riparo dal grande occhio, non può che rivelarsi per una trappola mortale. Osceno non è il sesso tra i protagonisti, ma il loro tentativo di nasconderlo. Dove tutto può venire detto, dove ognuno può venire visto, il potere può esercitare il proprio controllo senza remore.
Il teatro di Brecht è quindi davvero uno spazio orwelliano nella sua forma più pura, dove nulla è recondito e tutto è in ogni momento sotto lo sguardo vigile dello spettatore, il quale si trova dunque a vestire i panni dell’antagonista, del voyeur lascivo che non concede intimità né pudore ai personaggi.
Un’esperienza e una narrazione da riscoprire in tempi bui, in cui - non a caso - numerose biblioteche scolastiche statunitensi hanno inserito 1984 tra i testi proibiti, ovviamente con la scusa dei contenuti sessuali espliciti. E in cui, ça va sans dire (ma è quasi banale) l’occhio non è più esterno e invasivo, ma lo teniamo noi stessi tra le mani, nostra sponte, in ogni momento della giornata. Quando la realtà supera - e di molto - la fantasia.

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Un atto di coraggio