Ma lo finisco

Ci sono libri che mi sono indifferenti, a volte insopportabili, che mastico con ferocia. Forse proprio per la loro irrilevanza - ammesso che siano brevi - li consumo in fretta e furia per lasciarmeli alle spalle. Infondo sono davvero pochi i romanzi che nell’ultimo paio di anni mi abbiano colpito. Per questo, paradossalmente, non “divoro” - come si suol dire - i libri che mi piacciono, ma quelli che non mi piacciono.

C’è poi quest’opera che mi porto appresso ormai credo da tre mesi, che devo avere interrotto una buona dozzina di volte. È tutta consumata, poveretta. Ne leggo una ventina di pagine, poi non so cosa mi accada, ne comincio un altro. Ma il fatto è che questo libro davvero mi piace moltissimo. Di più: è uno di quei rari casi in cui provo una genuina invidia - è il libro che sarebbe piaciuto scrivere a me.

Fatto rimane che davvero non riesco a leggerlo. È perfetto per me, per struttura, linguaggio, tematiche, stile. Eppure non riesco a continuarlo. Mi ricorda quell’aneddoto che evocava Emir Kusturica nel suo memoir Dove Sono In Questa Storia, in cui raccontava di quando, durante gli anni di studi a Praga, non riuscì a vedere di Fellini per un continuo susseguirsi di inciampi che lo portarono ad addormentarsi, per ben tre proiezioni, dopo la prima scena. Adorava Fellini. Adorava quella prima sequenza onirica con Mastroianni. Semplicemente non c’erano mai le condizioni per rimanere sveglio.

Poi questo libro lo finisco, beninteso. Ma non ho ancora capito se vorrei non finisse mai, se mi corrodo nell’invidia, o se semplicemente qualcosa si mette sempre nel mezzo. Ma lo finisco. Lo finisco.
O forse no.

parole: 278

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