Una ricorrenza
Una ricorrenza è la celebrazione ciclica dello stesso evento. Ogni anno è sì il venticinque dicembre, ma è la l’osservanza dei riti natalizi che ne fanno una ricorrenza. Oppure il compleanno, in cui una data qualsiasi del calendario viene celebrata da decine di milioni di persone ogni giorno per il significato che ognuno le dà.
È la stregoneria degli umani che inventano i mesi, i giorni, scandiscono il tempo e, non contenti, vi conferiscono un valore individuale o comune. Altrimenti il tempo scorrerebbe autonomo e insondato, scandito soltanto dal trascorrere delle stagioni. Ogni giorno sarebbe uguale a qualsiasi altro giorno. Privo di un significato specifico.
Così anche il venticinque aprile. Si potrebbe dire che ogni anno si commemori la liberazione dall’occupazione nazista e dal fascismo, oppure la resistenza partigiana. È un appuntamento designato. Una ricorrenza, appunto. Ma è molto di più. Il venticinque aprile comprende la somma di tre generazioni di significati individuali. Per questo ci è possibile allo stesso tempo mostrare vicinanza ad altri popoli oppressi, come quello ucraino o quello palestinese. Oppure alle donne. Ma anche ai portatori di handicap. Il venticinque aprile è un contenitore di lotta, di speranza, di rabbia, di gioia, di impegno. Ed è questo che lo rende così importante: è la capacità che ha di accogliere significati in apparenza distanti sotto un unico cappello storico.
Per noi quest’anno, il venticinque è stato accogliere la paura. Ci sono cose che possono spaventarci, come prendere la metro, l’oscurità dei tunnel, lo sferragliare dei binari; ma è abbracciandosi che la paura si affronta, a viso aperto, tenendosi per mano.
“Babbo, che cos’è un partigiano?” mi domanda poi, continuando a sentire ripetere quella parola. Ripenso alle sue lacrime sulla banchina del metrò. “Un partigiano è abbracciarsi quando si ha paura.” Lo sa dio se l’ho confuso. Eppure penso di non avergli potuto dare risposta più corretta. A lui, che è il vero e unico sol dell’avvenire.
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