Me Museo

A partire da oggi ho ufficialmente più quadri di quelli che posso appendere. Non so come sia successo, mi ha preso la mano. Nel tentativo di rendere questo appartamento lo specchio più fedele e intimo di ciò che sono, di ciò che è rimasto di me dopo la tempesta, ho collezionato immagini alle quali aggrapparmi a ogni ritorno. Entrare in casa è ora come sfogliare un albo, come varcare le soglie di una Wunderkammer alla quale aggrappare una personalità intera. A furia di pulire, pulire, pulire, ho automaticamente sentito la necessità di fissare ciò che rimaneva, di incorniciarlo e di esporlo come in un personalissimo museo. Perché poi, di fatto, vi ho accesso io solo. In questa casa non entra che mio figlio (il quale manco si accorge dell’apparire di un nuovo elemento) e, occasionalmente, la babysitter. Ma l’esibizione è tutta per me. E confesso che sono riuscito nel mio intento: ogni rientro è un conforto. Temo che mi basterà vivere qui ancora pochi mesi e poi non ci saranno più spazi bianchi sui muri. Un Me Museo compatto, colmo di appigli quanto una palestra di arrampicata, dove ogni punto in cui poso lo sguardo compone un mosaico non di ricordi, bensì di stimoli. Impulsi cromatici di vita per i miei occhi e per il mio cuore soltanto. Senza, sento, sarebbe tutto perduto. E vorrei far sempre di più, appendere sempre di più, decorare, colorare, riempire, fino a soffocare il vuoto, che è oggi lo specchio di un vuoto interiore che trova una compiutezza, una compilazione quasi, tra le righe bianche di un modulo anonimo. Tutto da riscrivere. Ancora, daccapo.

parole: 270

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Tappeti neri