Membrana
Come si spiega una giornata come questa. Quella sensazione. Quel senso di vuoto. Non ha appigli nella realtà, io metafore non ne trovo. È come sprofondare, giusto questo. E niente ferma questo lento, melmoso scivolio verso il basso. I minuti passano e sembra di mangiare piombo, mentre i pensieri si affastellano e tu sei solo mentre il mondo si muove attorno, opaco, e tu non esisti. Tutto è orribile e nauseante. Tranne mio figlio, ma anche lui lo vedo e ci parlo attraverso una membrana. Lui è mio figlio, ma io non sono suo padre e lo sento mentre parla, ma come da un’altra stanza. Lui se ne accorge e non se ne accorge, ma cambia atteggiamento perché sente che in qualche modo non sono io. E ne ho studiata di recitazione, ma non basta. Vorrei piangere, ma non voglio. Vorrei urlare, ma non voglio. Vorrei saltare, ma non salto. Tutti questi desideri sono separati da uno spazio sottilissimo e io sto lì in mezzo, mentre digerisco il piombo che mi sconquassa lo stomaco. Ricaccio il vomito in gola e sorrido mentre gli accarezzo i capelli, ma penso a tutt’altro. È un dolore atroce, ma non è codificabile con nessun altro dolore perché prende tutto e non prende niente.
Come si spiega una giornata come questa. Questo nulla, mentre tutto passa e niente resta, calcificato in membrane di niente, tra spazi angusti che non esistono. Mentre la vita ti si spalma addosso come una crema appiccicosa e fetida in una giornata di canicola. In una giornata come questa riesco a fare tutto. Ci riesce quell’altro, dall’altra parte della membrana, che mi assomiglia e fa le cose, ma non è me. Io lo guardo e spero che passi. Non ho altra scelta, almeno per oggi.
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