Nouvelle Vague
Uno dei pochi vantaggi dell’essere ammessi al Centro Sperimentale di Cinematografia fu - per lo meno per quanto mi riguarda - il libero accesso alla Cineteca Nazionale. Questa raccoglie oltre sessantamila titoli, dall’era del muto ai giorni nostri. Gli studenti hanno un massimo garantito di tre titoli al giorno da poter prendere in prestito (i beta vanno visionati in loco) fino al giorno del diploma. Nell’arco del triennio mi prefissai di sfruttare quell’opportunità, scandagliando la Storia del Cinema a botte da tre film al giorno. Per periodo, nazione e autore. Consumavo Cinema con bulimica ferocia, Polonia anni Cinquanta, Polonia anni Sessanta, Polonia anni Settanta, Polonia anni Ottanta, tutto Kieślowski, tutto Wajda, tutto Polański; poi la Francia, Francia anni Trenta, Francia anni Quaranta, Francia anni Cinquanta, Francia anni Sessanta, tutto Méliès, tutto Renoir, tutto Cocteau, e via dicendo.
È sicuramente proprio la Francia ad avere rappresentato per me la fascinazione più ossessiva di quel periodo, in particolare con la Nouvelle Vague. Della corrente parigina ho consumato un numero malsano di pellicole, dalle più significative a quelle più sperimentali e, talvolta, insulse. Ero ammaliato dallo spirito pionieristico di una generazione di arroganti cineasti che - sull’onda della rivoluzione culturale di quegli anni - mettevano in discussione i dogmi della generazione della Golden Age, coloro che il linguaggio cinematografico lo avevano letteralmente inventato. Lo chiamavano con sprezzo “il cinema di papà” e a questo contrapponevano un’idea di Cinema sperimentale, fluida, tascabile, che vedeva il dominio assoluto del cosiddetto regista-autore. Riprese in esterni (spesso per le strade di Parigi), luci naturali, attori poco noti, dialoghi improvvisati e tecniche di montaggio innovative come il jump cut. Dei pazzi prepotenti.
«Giravamo per le strade di Parigi come se fossimo in uno studio. Ci sentivamo come Preminger e Nicholas Ray sotto il sole della California, e avevamo l'impressione che tutto fosse possibile.»
E per loro tutto era possibile per davvero. Eccoli, i miei eroi di quegli anni, ai quali guardavo con ammirazione e invidia (proseguendo nello studio mi sarei poi imbattuto nei matti del Dogma 95, che mi avrebbe dato il colpo di grazia al cervello), bloccato in un tempo in cui, per contro, tutto sembrava già stato fatto e l’industria cinematografica stava per venire scossa dall’entrata in scena delle prime piattaforme di streaming on-demand.
Oggi in sala, guardando Nouvelle Vague di Richard Linklater (che chissà da dove gli è uscito a uno che ha girato Before Sunrise e School of Rock), ho distintamente risentito nelle narici l’odore della Metro B di Roma. Un afrore che non percepivo più così nitido da anni e che mi ha scagliato in quel tempo ormai distante, quando durante gli interminabili viaggi verso Cinecittà sognavo ad occhi aperti di fare anche io la rivoluzione e di girare film grandiosamente improbabili, con la stessa presunzione e insolenza di Truffaut e Godard. Un periodo della mia vita doloroso e magnifico, ricchissimo di tutte le prime grandi delusioni e le grandi ambizioni, il desiderio di spaccare e il rischio - tangibile a ogni passo - di venire invece spaccato.
Nella Nouvelle Vague avevo soprattutto riconosciuto un mio assunto imprescindibile: il Cinema è una cosa seria. Se non sacra. Un presupposto che male si sposava con la cialtroneria cui era (ed è) in mano il settore a trazione romana. Questo principio, più di ogni altro, mi ha poi fatto battere la prima grande musata della mia vita.
Ma al tempo vivevo ancora nella bolla degli studi, potevo contare su un entusiasmo smisurato, una fiducia eccezionale nelle mie capacità e il Cinema rappresentava un terreno sconfinato di opportunità tutte da esplorare. Ci sono stati dei momenti in cui davvero mi sono illuso di sentirmi come Preminger e Ray in California, come Godard e Chabrol sugli Champs-Élysées, come Von Trier e Vinterberg negli studi di Albertslund. Attimi di adrenalina nello scoprire l’insondato, nello spingermi in un territorio di gioia pura per il perseguimento dei miei sogni.
Anche il tanfo della Metro B diventava il custode di una visione, ogni mattina, mentre venivo traghettato in una dimensione dove - per dirla con Godard - tutto era possibile. Bisognava crederci con cieca abnegazione. E io ne avevo quanta bastava.
Senza quel periodo, senza la libertà che mi veniva raccontata dalla Nouvelle Vague, la mia vita ancora custodirebbe una falla, nutrirebbe il dubbio di non averci almeno provato. Se non avessi visto quei film probabilmente oggi sarei tentato dal pensare che avrei potuto fare qualcosa di più per riuscire in quello stranissimo percorso.
Quella libertà invece era il mio motore. E proprio perché di quella libertà ogni giorno mi nutrivo, oggi non ho rimpianti nel dire che, più di così, non avrei davvero potuto crederci. A volte è solo una questione di tempistiche. E di fortuna.
Però dio, se ci ho creduto. Ed è stato un bellissimo viaggio.
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