Piano B

Ci sono poche cose che mi fanno incazzare - editorialmente parlando - come la rubrica settimana del CorrierePiano B”. Storie di persone che hanno interrotto il loro percorso, mollato tutto, e hanno ricominciato una nuova vita. E non mi disturba per il concetto in sé: l’idea sarebbe anche interessante, ma perché quasi ognuno di questi ex professionisti da scrivania ha scelto di andare a mungere le vacche, ha aperto un rifugio sullo Stelvio, vende miele nella Sila oppure coltiva mucillagini a settanta metri di profondità per fare creme per il viso. È la finta ingenuità a disgustarmi, questo artificioso stupore per l’imbocco bucolico, l’ammirazione studiata per il rifiuto del comfort. Che richiede coraggio, certo, ma non è indice di nulla. Che storia mi racconta Stefania che ha lasciato il suo lavoro in McKinsey per fabbricare cessi in noce? Qual è la morale? Ci campa, Stefania? È serena? Con che prospettiva? Giuro, mi prudono le mani, perché ci sarebbero così tante storie interessanti, così tanti spunti per raccontare la nostra strana società in evoluzione, che questo sogno dell’eremita, quest’ode all’individualismo, questo canto dell’Io, mi manda ai pazzi. Parlo costantemente con persone che hanno storie radicalmente più interessanti (in ambito pubblicitario è semplice, trattandosi in gran parte di scappati di casa - letteralmente), e non perché sono andati a farsi il muscolo dell’asceta in Val Trompia, ma perché sono riusciti a coniugare aspetti di un percorso che non li soddisfaceva, a elementi innovativi di un territorio completamente nuovo, dando vita a prospettive inedite che hanno (rullo di tamburi) generato valore. Valore per il loro settore, per il loro territorio, per le loro comunità. Il loro Piano B non era un Piano B masturbatorio per coccolare i loro sogni d’infanzia, ma un cambio di rotta per riparare un ramo spezzato nel sistema. Ma al Corriere interessa di più quello che era amministratore delegato della BPM e ora fa il becchino. Possiamo mai stupircene? La rubrica è parte integrante del problema: basta chiedere al redattore cos’ha votato alle ultime elezioni.

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